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Dare la definizione del primo termine è quanto di più difficile si possa fare. La definizione più neutra è quella del complesso di pratiche, usi e tradizioni di una collettività, ma non è certo l’unica: il termine è usato spesso anche per definire quelle particolari conoscenze prima tradizionalmente possedute da una classe nobile o borghese, o comunque da quelle persone che hanno ricevuto un’istruzione in un certo senso scolastica, così come è usato per definire quelle conoscenze appartenenti ai più ignoranti, anche se in questo caso il termine è spesso accompagnato dall’aggettivo popolare. Il secondo termine è più giovane e più facile da definire: è sempre inteso in senso dispregiativo e indica un gruppo di individui e la loro cultura, tendenzialmente oziosa e inutile.

Ma passiamo ora al vero argomento dell’articolo: l’articolo criticherà i presunti intellettuali e professori che si rendono portatori di una sorta di cultura che in realtà è culturame, raggelano l’animo col loro narcisismo e la loro arroganza e oziano sugli allori delle loro nozioni cantandole a sé e al vento, incapaci in verità di dire e pensare. Che fine ha fatto la cultura? Be’ la cultura borghese o istituzionalizzata resta tale ma solo di facciata, quella popolare invece è tramontata (i presupposti perché si sviluppi una cultura popolare è che il popolo sia libero nel suo spirito creativo e nella società consumista questo è una contraddizione nei termini).

La domanda allora sarà cos’è adesso la cultura? È un crogiolo in cui i vari due ambiti sopra citati si mescolano l’un l’altro in un cattivo minestrone: la confusione è tale che si giunge ad una paralisi dell’evoluzione culturale e ad un decadimento della capacità conservativa. Dalla parte dei docenti, istituzionalizzati, non si insegnano più gli strumenti critici delle varie discipline, strumenti che sono l’ossatura con cui i pensieri attraversano i secoli, ma si forniscono nozioni sciatte di italiano, latino, storia ecc ecc …

Dalla parte degli studenti, nati come consumatori e non come esseri umani e prima schiera di questo nuovo moderno popolo, si ozia su sedie fredde per sedersi e banchi duri per dormire. Ciò che è successo è che la rivoluzione liberale e liberista del secolo scorso (liberale solo in quanto liberista secondo me, ma questo è un altro discorso) ha slegato e distrutto i costumi antichi imponendo i nuovi, funzionali all’edonismo che è funzionale al capitalismo. La rottura dei vecchi schemi e l’imposizione violentissima dei nuovi con grande soluzione di continuità (è avvenuto tutto in pochi decenni) ha fatto sì che quelle conoscenze prima costituenti il minimo comune denominatore di un popolo o un gruppo sociale fossero o rigettate o plasmate ed incasellate in nuovi schemi, differenti dagli originali.

Si ha qui la creazione fluida (in quanto non più ordinata in classi sociali) di nuovi individui. Questa trasformazione l’ha documentata quasi scientificamente Pasolini in molti dei suoi film e libri (ricordo Mamma Roma, Accattone, e Ragazzi di vita) mostrando come il popolano, paesano, villano, tenti la scalata sociale compiendola però sui gradini del consumismo: questa ascesa, per chi ancora ci credesse, non corrisponde direttamente ad un aumento della propria posizione sociale o dei propri diritti individuali ma ad un aumento dei propri consumi. Così er coatto (il cui significato originario è quello i popolano arricchito) se fa ‘a macchina e el villan el va a fa’ il week-end in Liguria, e diventa un po’ più tapìn: come risultato si ha ora che tutti votiamo e tutti compriamo l’I-phone, e non si capisce bene il nesso tra le due azioni stranamente correlate.

Non voglio con questa assumere atteggiamenti di razzismo intellettuale, ma solo spiegare come questa l’industrializzazione italiana sia avvenuta (come pressoché tutte le industrializzazioni) in maniera violenta e all’insegna di un autentico genocidio culturale. Della morte delle tradizioni paesane e popolari so che ai lettori non gliene frega assolutamente ‘na cippa de niente, quindi, molto a malincuore, sorvolerò sull’argomento; l’unica cosa che voglio ricordare, per onore alla causa, è che quelle tradizioni costituivano nella loro profondità storica le radici culturali pratiche del nostro paese, al di là di quelle letterarie, ideologiche o altre egualmente velleitarie, per tanto non vanno ritenute come “vecchie”, “desuete”, “inutilmente nostalgiche” ma considerate come vero fondamento della nostra identità nazionale in vigore della grandissima creatività comunale italiana.

Parliamo invece di cultura alta, più o meno classica o borghese, e torniamo alla domanda “che fine ha fatto la cultura”? È deceduta anch’essa. A colpi di televisione, spettacolarizzazione, scolarizzazione di massa, test attitudinali, insegnamenti pratici e veloci, computer e altri oggettini informatici, sono riusciti ad ucciderla.

Il ruolo che hanno avuto i fattori sopra citati non è stato quello di sostituire una cultura nuova a quella vecchia, ma quello di intervenire all’interno di quella vecchia trasformandola in sabbia. Quando una poesia sarà letta in televisione o peggio comparirà in una pubblicità o sarà citata in un post su facebook sarà la stessa? No. Il cambio del supporto l’ha stravolta, l’ha resa fruibile senza personalizzazione, rapida ed indolore, raggiungibile senza sforzo e purtroppo senza impegno: invece di portare il pubblico alla poesia illustrando cos’è la poesia, porta la poesia al pubblico, strappandola al vaso di terra in cui affondava le radici e incorniciandola in un poster pubblicitario. La cultura non più né borghese né popolare, né alta né bassa, ma è morta.

Infatti non è vietata (nel senso pratico di impedire), ma bensì è banalizzata tramite gli strumenti del consumismo che intendendo il fenomeno artistico in modo esclusivamente utilitaristico ed edonistico. Le cose vendono in virtù di quanto arrecano godimento rinsaldando il cerchio della nostra tranquillità ed hanno valore solo in virtù di quanto vendono. Il collasso avviene su tutti i settori in maniera indiscriminata. Il fatto è che non avendo un salda spina dorsale il modo di guardare alla conoscenza si adegua al modo di guardare superficiale a cui ci ha abituato la fine novecento.

Si crea così il culturame. L’insegnamento si fa per sommi capi dal libro ai professori. Sui libri di testo infatti fioriscono gli schemi colorati e sagaci che ti guidano nell’apprendimento, pensando di aiutare così la memoria fotografica dello studente e di facilitarlo nell’apprendimento. Ciò che è sacrificato per questa facilitazione negli ultimi manuali è la parte critica. Pare infatti che le nozioni storiche, filosofiche, letterarie siano calate dall’alto e nascano tali a come sono scritte, non v’è ricerca o analisi. Sono rari e sono troppo poco presi in considerazione, i dibattiti degli esperti: dove vi sono sono sono rilegati in una triste scheda d’approfondimento spesso anch’essa colorata a margine della parte introduttiva all’argomento, che da parte introduttiva si erge a somma sintesi di tutto.

I professori da parte loro spesso non sono esenti da colpe: spesso e volentieri invece di spiegare il manuale di testo adottato fanno il riassunto del riassunto, insegnano magri concetti chiave decontestualizzati e quelli richiedono in verifica. E pure le verifiche pare si sono adattate sempre più al nozionismo e sono nati i test a risposta chiusa o breve, i ragionamenti si assottigliano e i concetti mnemonici si moltiplicano: della concezione aristotelica-finalistica di Dante bisogna saper citare solo la metafora della freccia nel primo canto del Paradiso; della rivoluzione industriale è importante dire che hanno inventato le macchine e che però la condizione degli operai era molto brutta; dell’Infinito di Leopardi bisogna sapere che il poeta cerca l’infinito, sentimento tipico romantico e che forse per questo vuole morire; di Catullo bisogna sapere che era un poeta nuovo, che non gli piaceva la politica ma Lesbia, che cura molto la forma e … mannaggia l’ultima non me la ricordo! Ma a cosa porterà tutto questo? Lungi dal fare la Cassandra di turno vorrei dire che l’assenza di strumenti critici ci porterà ad una totale mancanza di capacità critica e diventeremo tutti un po’ più degli automi, atti più a registrare che ad imparare.

Avanzo subito delle scuse: di questo comune andazzo non voglio fare colpa agli insegnanti in particolare, in quanto ciò di cui parlo è una tendenza sicuramente più universale di qualunque mia esperienza e quindi sarebbe idiota restringerla in un campo solo e così marginale. Le stesse cause di ciò che ho detto penso che possano essere discusse ma mi è sembrato necessario dibatterle. Per concludere vedo come anche noi pargoli abbiamo definitivamente ultimato la trasformazione e siamo diventati i nuovi mostri. Mi riferisco qui a quelli di noi come me, che blaterano di tendenze universali, di rivoluzioni, di circoli artistici, di discussione, di culturame e di cultura. Se ci guardassimo in faccia e dentro capiremmo l’incredibile pochezza delle nostre parole. Siamo persone di bassa leva e siamo prodotti della stessa macchina. E per la verità incapaci di essere ci costruiamo degli atteggiamenti da intellettuali, naif, poeti maledetti, danzatori, esteti, artisti, frommiani a tempo perso, giocolieri, trapezisti, pittori, scultori, drammaturghi, ippopotami ballerini, scrittori, registi, attori o “teatranti”, cantautori (tendenzialmente a-ritmici e necessariamente a-tonali e a-tonici), rocker-men da periferia di Cermenate, topolini contorsionisti, rapper di centro Milano, rivoluzionari da 2 lire o meno, allucinati, neo-oppiomani, complessati cronici, filosofi occhialuti, clown, nullologi, storici, teologi, metafisici, asceti e in sostanza un po’ tutti elefanti equilibristi.

Per quello che vedo si urla contro uno specchio opaco e ci si nasconde nel narcisismo delle proprie parole, si discute più per il terrore di non essere che per la forza vitale del parlare, si scrive per terrore del vuoto che presto si trasforma in vanità. Così il mondo è presto ammorbato dal culturame di standard triste e depresso che denuncia l’inadeguatezza dell’individuo alla società globale, la mancanza di senso dell’esistere post-novecentesca, l’incapacità di comunicare il proprio sentire, cioè la propria anima, il lamento disperato per il fatto che si vive in una società troppo materialista e altre cose che più che discorsi artistici coerenti sembrano un buffo minestrone in cui l’importante è corrompere le emozioni dell’osservatore per ingraziarselo, più che discorrere con lui realizzando così la vera opera d’arte.

Per questo motivo se tutto fosse veramente come io dicessi preferirei dire semplicemente addio a tutto, aspettando che giungano tempi migliori o che qualcosa copra questa tempesta di sabbia e ombra; preferirei andare a bere un caffè con un amico in un bar, non perché questo lo facevano anche Baudelaire o Montale, ma per cercare insieme qualcosa che sia oltre le parole, le immagini e la musica, insomma quello “Scamplolo di ciglia per gioco parlato” (cit. Gabriele Stilli) che possa sorvolare “lo sciame di inezie che dilaniano il cuore” (cit. Majakovsij).

Rudy Toffanetti

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6 thoughts on “Cultura e culturame

  1. Analisi veritiera…ma non trovo altra soluzione che essere meno superficiali, sebbene solo ed esclusivamente per se stessi, dato che la società non riconoscerà mai la profondità intellettuale dal semplice esito dei test.

  2. Concordo. Ma anche se non concordassi ciò farebbe parte della costruzione, del gioco.
    Quindi concordo, anche se opto per avere un pò più di fiducia.
    Forse è vivere con una falsa coscienza, ma.

  3. Forse se questo Rudi Toffanetti conoscesse un po’ meglio la sintassi farebbe un favore a sé stesso e alle sue idee abbastanza confuse…

  4. Vedo tante verità, ma poche vie d’uscita.
    Nel senso: è tutto molto giusto quel che si dice qui, culturame e marciume decadente, ma manca uno spazio, un punto di fuga. Stai chiudendo tutte le porte e non lasci scampo se non di morire in questa gabbia d’acciaio. E allora posso dire quel che voglio e come voglio, tu mi riterrai comunque uno dei pezzi del mosaico, uno del culturame – e magari lo farai a ragione.

    Insomma, è tutto molto giusto e sono d’accordo e molto, ma è questa la fine?

  5. La cultura è frutto dell’uomo facente parte di una società ma in una società dove l’interesse individuale è maggiore di quello sociale diventa vuota e sterile. noi siamo frutto di questa società individualista ma abbiamo l’opportunità di accedere facilmente alla cultura (quella alta). ciò che possiamo fare noi ora è approfondire sempre, smontare, ricostruire in meglio e più importante di tutto comunicare il più possibile con gli altri che a loro volta dovrebbero riapplicare il tutto. Se si riuscisse ad insegnare questo nelle scuole, e alle prossime generazioni, ci sarà un salto di qualità che permetterà all’uomo di risorgere dall’individualismo per vagare libero nella società e tornare a creare più cultura che culturame

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