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Quando lo Stato privatizza una ferrovia, una linea aerea o la sanità, o cerca di privatizzare il servizio idrico integrato (cioè l’acqua potabile) o l’università, esso espropria la comunità (ogni suo singolo membro pro quota) dei suoi beni comuni (proprietà comune), in modo esattamente analogo e speculare rispetto a ciò che succede quando si espropria una proprietà privata per costruire una strada o un’altra opera pubblica.

Questo è l’incipit del libro di Ugo Mattei pubblicato da Laterza due anni fa: “Beni comuni. Un manifesto“. E’ un testo interessante ed estremamente provocatorio, che al tenore polemico affianca una profondissima attualità politica. In questi anni la tematica del “comune” e dei “beni comuni” si sta, anche grazie al libro di Mattei, affermando sulla scena del dibattito politico, culturale e filosofico. Si pensi a personaggi, fra loro anche distanti, come Stefano Rodotà, Paolo Cacciari e Toni Negri, a gruppi come quello di Macao o il Teatro Valle Occupato, fino al nome (Italia Bene Comune) con cui la lista di centrosinistra si è presentata alle urne nelle scorse elezioni.

Leggendo il testo di Mattei e le riflessioni di altri autori sul tema, penso che sia possibile identificare un elemento fondamentale nella proposta del “comune”. In forte controtendenza rispetto alle consuete critiche alla proprietà privata e all’economia liberista, Mattei non intende contrapporre al privato il pubblico. Al contrario: pubblico e privato sono visti come due facce della stessa medaglia e sono fatti genealogicamente derivare dallo smantellamento del comune. E’ questa un po’ la croce e la delizia del cosiddetto benicomunismo. Delizia perché si allontana da ogni statalismo e da ogni ipotesi di gestione burocratica e autoritaria delle risorse. Croce perché di riflesso rischia la vaghezza e, a detta dei più maligni, la “mistica”. Non c’è dubbio che il testo di Mattei rischi spesso di essere astratto e forse utopico, tuttavia è anche vero l’opposto. Non si può trascurare il fatto che le istanze di autogestione e democrazia diretta di cui i beni comuni vogliono essere portatori non rimangono un ideale astratto. Per Mattei le stesse battaglie per i beni comuni sono da svolgere secondo la modalità movimentista che è loro propria.

Da questa attenzione alla “prassi” scaturisce una forte difficoltà per Mattei nel dare una chiara definizione di “bene comune” e nello stilarne un elenco. “[…] la fenomenologia dei beni comuni è nettamente funzionalistica, nel senso che essi divengono rilevanti per un particolare fine sociale coerente con le esigenze dell’ecologia politica.” Il bene comune non si identifica con un oggetto avente particolari caratteristiche ontologiche, si può dire invece che è una realtà per sua essenza relazionale. Insomma, un bene comune non è tale di per sé, ma solo attraverso un atto di riconoscimento da parte della comunità che ne fa uso. In quest’ottica si può apprezzare, in una certa misura, l’impostazione di Mattei. E’ vero, non definirà in maniera rigorosa i beni comuni, e questo resta un limite, ma questo è dovuto alla natura stessa di ciò di cui tratta. Un discorso a riguardo non può pertanto fondarsi esclusivamente su elucubrazioni teoriche ma deve avere le sue radici nell’effettiva prassi politica e movimentista.

Ad ogni modo, in una certa misura Mattei arriva a illustrare cosa intende per beni comuni: “Volendo utilizzare un linguaggio che mi renda comprensibile alla cultura costituzionale dominante, interpreterò in questo scritto i beni comuni come una tipologia di diritto fondamentali «di ultima generazione», finalmente scollegati dal paradigma dominicale (individualistico) ed autoritario (Stato assistenziale).” Una prima caratteristica dei beni comuni è quindi quella di diritti fondamentali, o di beni che li rendono possibili (aria, terra cultura, ecc). Inoltre, essi si contrappongono a quella che Mattei chiama “tenaglia fra la dimensione individualistica e quella autoritaria.” Il comune si distingue dalla proprietà privata e da quella statale, in quanto, semplicemente, non è una proprietà. Il comune non fa propria la caratteristica dell’esclusione, bensì quella dell’inclusione: “I beni comuni, invece, non riconoscono alcun altro sovrano rispetto a chi direttamente vi accede […].” Aria, territorio, cultura ed altri possibili beni comuni non sono, in questa prospettiva, riducibili al controllo di un privato o di uno stato. Essi non appartengono, ma costituiscono un elemento relazionale di fondamentale importanza per la comunità (sempre aperta ed estendibile) che ne fa uso.

Questa simmetria del comune rispetto al privato e al pubblico si ripresenta sul terreno organizzativo della gestione pratica. Così come  Mattei critica la tecnocrazia di Hardlin, per cui solo la privatizzazione delle risorse può garantire il loro impiego efficiente, altrettanto distante è dal mito della pianificazione centrale e burocratica dello Stato. Il Comune, col suo modello di autogestione e democrazia partecipativa è forse utopistico e vago, ma incarna certamente un forte tentativo di superare questi due opposti -ma speculari- modelli. Pur con tutte le le ombre del caso, la proposta teorica di Mattei è interessante e provocatoria, e muove qualcosa nel panorama culturale italiano.

Oggi probabilmente il grande pregio del tema del comune è quello di andare di pari passo con moltissime lotte concrete sul piano politico e sociale. La vaghezza che, giustamente, si rimprovera a Mattei, è in realtà ben bilanciata da una notevole concretezza politica. Si pensi alle occupazioni di Macao o del teatro Valle, al referendum per l’acqua pubblica o a quello, giusto di ieri, sulla scuola pubblica a Bologna. Insomma, rimaniamo in ascolto.

Qualche fonte:

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One thought on “Fermare le enclosures

  1. Pingback: La ragionevole follia dei beni comuni | In Vero Vinitas

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