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Pernich scavalca montagneMarco M. Pernich

Incontro Marco M. Pernich, presidente dell’associzione Studionovecento, nella casa dell’associazione in via Menabrea a Milano. A lui che da più di vent’anni lavora con i giovani attraverso laboratori teatrali volevo chiedere quali spazi vedesse oggi per la cultura in periodo di crisi e tagli. Ecco com’è andata:

“Un buon attore deve essere innanzi tutto un uomo buono”, avete messo questa frase di fronte all’ingresso nella casa di Studionovecento e in primo piano sul vostro sito. Qual è la sua relazione con l’attività di un’associazione culturale come la vostra?
Anzitutto, la frase è di un regista russo, Vachtangov uno dei grandi inventori della regia. Con quella frase intende una cosa precisa. “Un uomo buono” non ha niente a che fare con il buonismo, tanto meno con le frasi fatte tipo: “senta buon uomo”, che sottintende sempre che l’interloquito sia infondo un po’ tonto. Essere un uomo buono significa essere un uomo che coltiva la propria umanità a 360 gradi, che si occupa di cultura, d’arte e società ma anche di politica, il tutto su un tessuto eticamente retto, di impegno etico, non deve essere un santo, intendiamoci bene, ma uno che ha una precisa tensione all’etica che non bara o cerca di non barare nei limiti del possibile. Un uomo che arricchisce la sua umanità, nel tentativo per poterla restituire nel momento in cui lavora sul palco. Sai, molto spesso i teatranti tendono ad essere estremamente autoreferenziali, i registi lavorano per registi, gli attori recitano per altri registri o direttori di teatro. È una delle cause dello scollamento tra società e teatro. Poi ci arrabbiamo con il musical, il cabaret, e i Legnanesi, con tutte le critiche molto forti che si possono fare, almeno loro parlano al pubblico. La domanda è: possiamo fare qualcosa con un po’ più spessore del cabaret e un po’ più raffinata dei Legnanesi e mantenere quella vitalità lì? Un po’ come è stato nel teatro greco o quello di Shakespeare o nel momento in cui è nata la regia.

Studionovecento è quindi un’associazione che nel suo piccolo cerca di riportare attenzione per la cultura?
Non vogliamo fare teatro per altri teatranti. Crediamo nel teatro come luogo di una comunità, come è sempre stato il teatro: a teatro una comunità delega qualcuno a parlare in suo nome dei suoi problemi, dei suoi miti, dei suoi valori persino. Gothe dice: “Dov’è luogo più che a teatro dove gli uomini sentono di essere fratelli?” Crediamo in un teatro che in qualche modo intercetta la società e non vuole vivere avulso da essa. Ecco perché la frase di Vachtangov. Il progetto di Studionovecento non si riduce alle 2 ore che il singolo fa qui, in quelle due ore cerchiamo di passare un’idea di relazione col mondo che non è un’idea di parte, ma umana, in quanto tale politica, un’idea di uno che entra in relazione con gli altri, che cerca di non calpestare l’anima degli altri per fare carriera e cerca di capire cosa diavolo gli succede dentro. Ogni singolo progetto si inserisce in questa filosofia, quella dell’uomo buono.
Il progetto di Studionovecento per l’anno prossimo si fonda sull’idea: come facciamo a riportare la gente alla cultura? Non dicendo che colto è bello, non dicendo che la cultura è un dovere. Quando ero ragazzo chi non leggeva in qualche modo si giustificava. Oggi la gente è ben contenta di non leggere e di non studiare, non ne vuol sapere. È il frutto di 20 anni di berlusconismo, ma Berlusconi, in fondo, è solo un epifenomeno della storia, un prodotto: c’è dietro molto di più, c’è dietro il grande capitale che ha tutto l’interesse che la gente sia stupida, non legga, non pensi. Come facciamo a riavvicinare la gente alla cultura? Si è provato a migliorare l’accessibilità a mostre e teatri a modificare gli orari e i prezzi. Non è servito a granché. Io credo che dobbiamo interrogarci su un’altra cosa. Dobbiamo far passare il messaggio che la cultura serve. È uno strumento per interpretare quello che ti succede nella vita, che tanto ti succede, che tu ci capisca dentro qualcosa o no, ti succede. Meglio capirci. Ti serve nella relazione con l’altro: se sai comunicare meglio è più facile trovare lavoro e mantenerlo. Rende più facile far arrivare i propri contenuti, cultura come strumento, insomma. Dobbiamo far capire alla gente che Amleto parla di noi, che il fatto che ti viene voglia di tirargli due sberle va bene, perchè quando ti trovi tu nella condizione di Amleto ti guardi nello specchio e ti viene da dirti: “Cazzo, mi do due sberle!” Parlano di noi: Amleto parla di noi, Peer Gynt parla di noi, l’Orestea parla di noi, eccetera. L’idea è questa: cerchiamo di far capire che la cultura è utile in un senso molto pratico, applicabile domani. Esci di qui e lo sai già fare, lo puoi usare. Nella comunicazione naturalmente, ma poi è un modo per capire quello che succede a te. In un mondo sempre più complesso in cui siamo bombardati da un enorme numero d’informazioni, bisogna che torniamo ad avere il più possibile uno sguardo globale – come disse S. Benedetto, secondo quanto scritto da Gregorio Magno, bisogna “vedere il mondo intero in un raggio di sole”. Per far questo dobbiamo poter salire di un gradino o di un pianerottolo, forse, in  modo da poter vedere le cose dall’alto e non farci travolgere dalle corrente tempestosa delle troppe informazioni.

Bello, ma in concreto come si fa?

Abbiamo diversi progetti, il primo è quello delle Orestiadi, progetto di formazione alla democrazia per i giovani che si sviluppa su 2 assi, uno: i workshop teatrali con tanto di spettacolo finale e con anche incontri con dei testimonial; poi uno spettacolo fatto da giovani professionisti da portare nelle scuole e in tutti gli ambiti in cui si possano intercettare giovani. Seconda cosa sono corsi e laboratori che hanno ancora una volta lo scopo di intercettare la società, certamente facciamo teatro per il gusto di fare teatro. Uno viene qua e per due ore pensa ad altro, non pensa a tutti guai della vita, ma anche a questo serve la cultura, anche non pensare ai guai della vita per quelle due ore della giornata. Il mio professore di filosofia al liceo disse una volta: “Anche davanti ai più grandi dolori della vita la cultura ti da un po’ di respiro”. Aveva ragione, l’ho provato sulla mia pelle. Allora anche le due ore che passi qui e ti diverti, forse ricaricano le batterie per il resto della settimana. Quindi cercheremo di riempire i corsi e poi faremo gli aperitivi con i maestri: mentre sorseggi l’aperitivo, mangi le patatine, c’è un maestro che ti parla di arte o di musica o di letteratura o di teatro. Parla per un’ora e l’ultima mezzora è interattiva, questa è l’altra scommessa: rendere la cultura interattiva. La cultura non è quella cosa là che sta nel museo e di cui sei anche un po’ terrorizzato, ma qualcosa che puoi toccare con mano, quindi dopo la lezione di arte facciamo i tableaux vIvents sulle opere di cui abbiamo parlato; gli incontri di storia del teatro saranno così: una scena e tu in piedi al posto Amleto o di Oreste. Al loro posto cosa avresti fatto? Al posto di Oreste l’ammazzavi o non l’ammazzavi, la mamma? Proviamo a farlo, non diciamolo e basta. Il partecipante diventa parte dell’opera, questo è il nocciolo della questione, cultura come strumento, ma perché sia strumento te la devo far provare, devo farti provare ad agire, perché questo ti fa fare dei pensieri.  Tutto questo porterà a qualche cosa? Non lo sappiamo, però è un progetto grosso, a cui teniamo molto, per cui avremo molto bisogno che coloro che leggono il tuo blog vengano agli aperitivi. Soprattutto se riempiamo gli aperitivi facciamo passare un messaggio, diamo un esempio. Quelli, anche di studionovecento, che  ti guardano con sufficienza quando proponi queste cose, al di là de fatto che forse si sbagliano perché parlano di cose che non conoscono, non si rendono conto del loro sconfinato egoismo. Ciascuno di noi è responsabile per gli altri nella società, nel mondo in cui viviamo, se veniamo e portiamo, magari, gli amici meno colti di noi si raggiunge una massa critica e le persone iniziano ad arrivare perché hanno sentito parlare della cosa o perché ci vanno altri, allora diventa un impegno vero nei confronti del mondo. Così anche noi che non abbiamo un modello rivoluzionario e non vogliamo salire sulle barricate come dice Grillo, possiamo cambiare il mondo. Però dobbiamo mettere da parte il nostro protagonismo per cui se ci sono in scena io benissimo, faccio venire gli altri se no nisba, non vado a vedere gli altri non invito gli amici a vedere gli altri e magari mi vergogno pure di alcune cose che faccio e tolgo il mio nome dalle foto su Facebook. Bisogna dare l’esempio, in prima persona, e bisogna darlo tutti a qualunque livello, costantemente, allora la società cambia e migliora, è inutile chiedere più esercito o più polizia, servono, per carità, ma per altro, non per cambiare le cose. Ecco su cosa si batte Studionovecento, poi non so se funzionerà ma come diceva Gramsci pessimismo della ragione e ottimismo della volontà.

Alcuni link:

Sito di Studionovecento: http://www.studionovecento.com/
Pagina Facebook dell’associazione
E qui la locandina dei workshop del progetto Orestiadi
e qui un link per chi volesse sapere di più del progetto

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2 thoughts on “Cultura come strumento? Un’eresia?

  1. Vorrei segnalarti un errore di trascrizione (o di pronuncia dell’intervistato)! ” i registri lavorano per registi” penso sia, semmai, “i registi lavorano per registri”
    Ad ogni modo pubblicate cosette interessanti e penso che comincerò a seguire il blog.

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