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Il giudizio che Friedrich Hegel diede a suo tempo sulle prove dell’esistenza di Dio, nelle ultime lezioni che tenne prima della morte, è oggi più attuale che mai. “Le prove dell’esistenza di Dio sono cadute tanto in discredito da esser tenute per qualcosa di antiquato, appartenente alla metafisica di un tempo, dalla cui sterile tediosità noi ci siamo messi in salvo in una fede vivente e dall’arido intelletto delle quali ci siamo di nuovo innalzati al caldo sentimento della religione.” Il pensatore tedesco denunciava, a suo tempo, il discredito in cui era caduta ogni dimostrazione dell’esistenza di Dio. Dopo l’epoca illuminista e le forti critiche portate da Immanuel Kant, le prove avevano perso molto del fascino e dell’autorevolezza che avevano avuto nella storia della filosofia occidentale. La forte accusa di Hegel riguarda così due opposte tendenze: l’astratto intellettualismo illuminista e il vago sentimentalismo romantico. Si tratta, per il filosofo idealista, di due facce d’una stessa medaglia: entrambe infatti pongono un freno alle possibilità umane e lasciano calare una coltre di nebbia fra uomo e Assoluto.

Non voglio però seguire Hegel nelle complicatissime pagine delle sue Lezioni sulle prove dell’esistenza di Dio, né riproporre la sua soluzione a tal problema. Il mio scopo, più modesto, è semplicemente quello di ridare uno sguardo, per poterne apprezzare gli aspetti più interessanti e stimolanti, a quell’opera dell’ingegno umano che sono le numerose prove dell’esistenza di Dio. Spinta da una notevole fiducia nelle capacità del’intelletto, larga parte della tradizione filosofica (specialmente cristiana, ma non solo) ha ritenuto possibile dimostrare Dio con le sole forze della ragione. Mentre infatti la sua conoscenza è problematica, dimostrarne l’esistenza è per molti pensatori una cosa possibile per ogni essere umano che si avvalga delle sue doti razionali.

I tentativi in tal senso sono stati molteplici e, spesso, differenti fra loro. Di tutte le prove proposte però, vorrei concentrarmi su una in particolare, che ritengo affascinante e stimolante. Si tratta della ben nota prova ontologica, elaborato da Anselmo d’Aosta e da lui espressa nelle prime pagine del suo Proslogion.

Diversamente dalla prove che fin lì erano state proposte e che successivamente verranno avanzate (si pensi alle cinque vie tomistiche) si tratta di un argomento “a priori”, la cui ambizione è quella di dedurre l’esistenza di Dio a partire da Dio stesso, e non dalle realtà contingenti. Questa caratteristica ne fa una dimostrazione particolare che l’ha fatta amare ed odiare dai filosofi successivi. Criticata subito dal monaco Gaunilone, poi da Tommaso e infine da Kant, verrà invece apprezzata dalla tradizione razionalista e riproposta da Descartes, Leibniz e, a suo modo, da Hegel.

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Ora noi crediamo che tu sia qualche cosa di cui nulla può pensarsi più grande. O forse non esiste una tale, poiché «lo stolto disse in cuor suo: Dio non esiste»? Ma certo quel medesimo stolto, quando ode ciò che dico, e cioè la frase «qualcosa di cui nulla può pensarsi più grande», intende quello che ode; e ciò che egli intende è nel suo intelletto, anche se egli non intende che quella cosa esiste.

Anselmo introduce qui la definizione di Dio che utilizzerà nella prova: il cristiano è colui che crede in “qualcosa di cui nulla può pensarsi più grande” (“id quo maius cogitari nequit”, in latino). Benché nel Proslogion l’andamento di Anselmo sia caratterizzato da una preminenza data alla dimensione della fede, la dimostrazione proposta vuole avere un carattere universale e, per questo, è introdotta la figura dello stolto.

Costui, l’ateo, comprende a pieno la definizione proposta da Anselmo ed è pronto anche a condividerla. A distinguere i due è la considerazione che danno di questo ente a cui si riferiscono: per Anselmo esiste nella realtà, per lo stolto solamente nel suo intelletto.

Ma certamente ciò di cui non si può pensare il maggiore non può esistere solo nell’intelletto. Infatti, se esistesse solo nell’intelletto, si potrebbe pensare che esistesse anche nella realtà, e questo sarebbe più grande. Se dunque ciò di cui non si può pensare il maggiore esiste solo nell’intelletto, ciò di cui non si può pensare il maggiore è ciò di cui si può pensare il maggiore. Il che è contraddittorio  Esiste dunque senza dubbio qualche cosa di cui non si può pensare il maggiore e nell’intelletto e nella realtà.

L’errore che compie lo stolto è quindi di tipo logico. Chi afferma che Dio (ossia “ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore”) non esiste si contraddice. Gli enti esistenti nella realtà sono di natura superiore a quelli esistenti nel solo intelletto, pertanto chi nega che Dio esista nella realtà è come se affermi che “ciò di cui non si può pensare il maggiore è ciò di cui si può pensare il maggiore” cadendo così in contraddizione. E’ pertanto necessario, per Anselmo, ammettere l’esistenza di Dio sia nell’intelletto che nella realtà.

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Sin da subito la prova di Anselmo fu sottoposta a forte critica da parte del monaco Gaunilone e venne rifiutata anche da larga parte della tradizione filosofica cristiana. Senza soffermarsi sulle obiezioni contingenti dei singoli autori, può valere la pena sottolineare alcuni nuclei problematici dell’argomentazione anselmiana.

Pur parendo a prima vista filare, la prova di Anselmo mostra presto di essere sostenuta da alcune premesse di forte stampo metafisico. Per accettarla, infatti, bisogna ammettere un forte parallelismo (se non una totale identità) fra la dimensione logica (del pensiero) e quella ontologica (dell’essere). Chi rifiuterà di legare in maniera così stretta pensiero ed essere avrà forti difficoltà ad accettare la prova. E’ questa la via che percorrerà Kant, che, ritenendo l’esistenza determinabile solo a posteriori (attraverso l’esperienza), e mai a priori, darà nella Dialettica trascendentale una delle più forti confutazioni di sempre di tale argomento.

La storia di questa prova è molto più vasta e prosegue nel tempo. Hegel la riprenderà, ma in un modo diverso e all’interno di un orizzonte totalmente nuovo, tale, forse, da trasfigurare la dimostrazione stessa. Più recentemente invece sono state proposte alcune “prove matematiche dell’esistenza di Dio” che tentano di ripercorrere la strada intrapresa a suo tempo da Anselmo.

Personalmente condivido in sostanza l’obiezione kantiana e non è certo mio interesse riabilitare tale argomento. Tuttavia, da persona assolutamente non credente, ho comunque trovato sempre estremamente affascinante la prova proposta da Anselmo. Fra i tentativi che nella storia vi sono stati di dimostrare l’esistenza di Dio credo sia stato il più estremo, radicale e interessante.

Oggi, forse, il giudizio hegeliano può essere in qualche modo ribaltato: più che cadute in discredito le poche righe della prova ontologica sono profondamente provocatorie e inattuali. Essa può quindi rappresentare un importante pungolo critico sia verso chi pretende di “recintare” la ragione, sia rispetto chi si accontenta di una fede puramente sentimentale.

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12 thoughts on “Dimostrare Dio

  1. Forse uno dei problemi del dimostrare l’esistenza o meno di Dio, è il mettersi d’accordo su cosa si intende per Dio. Se come Anselmo lo definiamo “ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore”, la mettiamo su un piano soggettivo e piuttosto vago… e anche se fossimo tutti d’accordo su cosa intendiamo quando diciamo questo forse avremmo delineato un sommo bene, un sommo ente, una causa prima… Ma in fondo non è questo che stavamo cercando, il Dio a cui normalmente ci si riferisce in religione è un Dio padre, rassicurante e amorevole, che da un senso a tutto quanto. Questo è indimostrabile e sicuramente troppo antropocentrico perché sia vero. Qui non voglio introdurre il concetto di Fede perché è un concetto anti-filosofico, quello che voglio dire è solo questo: prima di dimostrare l’esistenza di Dio dovremmo chiarire 2 cose, la prima è cosa intendiamo per “Dio”, la seconda è cosa intendiamo per “esistere”.

    • C’è sicuramente una profonda differenza fra “il Dio di Abramo” e il “Dio dei filosofi”. Non credo però che questa sia riscontrabile in Anselmo; benché non si sottolinei spesso, va ricordato che dopo la prova ontologica Anselmo provvede a determinare tutte le caratteristiche di questo Dio, che sono quelle tipicamente bibliche. Per il resto sono d’accordo con te: è chiaramente opportuno determinare con chiarezza i termini che si vanno ad usare. Personalmente diffido di ricerche che rinuncino agli strumenti della ragione umana, ma questa (come si suol dire) è un’altra storia. 🙂

  2. Riguardo al concetto di “Fede” come anti-filosofico si può obiettare. Come scrissero molti pensatori medioevali, si può avere una fede superstiziosa e una fede ragionata. Ricordiamo inoltre che sono proprio quegli stessi medioevali alcuni dei maestri di logica a cui ancora oggi la contemporaneità si rivolge, grazie anche alla loro riflessione sui limiti dello strumento filosofico impiegato.

  3. @filozoid Attenzione perché la proposizione ‘id quo maius cogitari nequit’ non è soggettiva e vaga, non lo è almeno all’interno di un sistema di un pensiero aristotelico; anzi non lo è del tutto se riformulata in termini logico-formali. Io sono del parere che la prima obiezione di Gaunilone a questa prova sia da respingere: il concetto è chiaro e comprensibile.
    Inoltre non sarei così sicuro del fatto che Anselmo intendesse parlare del Dio rassicurante e amorevole a cui hai accennato (proslogion, parte II, capitolo 8).
    Comunque concordo sulla necessità di chiarire i termini della discussione, purtroppo nel nostro caso sono due tra i più problematici della storia della filosofia: ‘Dio’ ed ‘essere’.
    @bob concordo, però è innegabile il fatto che in una fede ci sia sempre un elemento di irrazionalità e di paradossalità, che non può (e non dovrebbe credo), essere spiegato in termini tecnici filosofici. Credo insomma che far lavorare troppo il cervello possa rischiare di uccidere la fede. Se poi questo sia un bene o un male non lo so…

    • @marco Quando definisco la fede come non anti-filosofica mi riferisco alla sua struttura di “limite del mezzo razionale”, che è una posizione che i nostri sistemi dualistici, senza parlare di fede, considerano ancora, anzi, ne è alla loro base! Lo studio di questi limiti è importante e la fede storicamente, in filosofia, ha avuto questa virtù strutturale, affiancata da una caterva di effetti collaterali decisamente molto meno filosofici. La fede è invece uccisa dalla ragione quando si presuppone che la ragione non abbia limiti (ma a questo punto la fede perderebbe ogni carattere strutturale sopracitato) come nei sistemi monistici, che giungono a leggere razionalmente la natura del divino, identificandola necessariamente con il principio razionale stesso (vedi Hegel).

  4. Mi farò odiare da voi razionalisti, ma la ragione per quanto voglia fare a meno della fede non si basa proprio su un atto di fede? Non credo ci possa essere nessun tentativo di spiegare razionalmente il mondo, e con questo intendo anche le spiegazioni fisiche, che non si basi sulla fede nella uniformità e nella costanza della natura e che non faccia atto di fede rispetto ai postulati che pone alla base della sua ricerca.

  5. @bob Ok, però la mia osservazione aveva una connotazione più che altro pragmatica: se un individuo orienta la sua attività speculativa esclusivamente ed ossessivamente sulla fede, cercando di indagare razionalmente i misteri classici della teologia, finisce molto probabilmente per perdere il vero senso della religione. “Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso” (Marco 10, 14-15).
    @canipo Ok, non siamo autorizzati a pensare che le regolarità che esperiamo in natura abitualmente siano necessarie e determinate da leggi universali; ma mi sembra eccessivo parlare di “atto di fede” in questo caso. Si rischia di snaturare pesantemente il significato dell’espressione.

    • @marco: “cercando di indagare razionalmente i misteri classici della teologia, finisce molto probabilmente per perdere il vero senso della religione” hai detto Hegel? 😀 con tanto di Trinità come triade dialettica.

  6. @canipo Non è una questione di razionalismo, io non ho “fede” nella fisica o nei principi primi della logica nel senso che credo che descrivano la realtà. Semplicemente in quanto studente di filosofia cerco di fare buon uso del linguaggio, e il linguaggio funziona solo se basato su quelle credenze. La Fede con la lettera maiuscola la definisco anti-filosofica perché l’istanza di affermare qualcosa senza, o addirittura contro l’argomentazione logica, pone la questione al di fuori del linguaggio. Vale a dire che dopo non resta che tacere. (Senza contare che si potrebbe a questo punto ammettere qualsiasi cosa, che Dio sia un frigorifero ad esempio, facendo appello alla fede, ma questo è un altro discorso).

    Tolto questo io non so se il linguaggio descriva o no la realtà “in sè”, ma è un modello, e ha delle regole. Poi l’istanza irrazionalista non è stupida, è solo pre-linguistica.

  7. Il concetto stesso di “prova” dell’esistenza di Dio è fuorviante. Semmai si potrebbe parlare di “dimostrazione”. Ma dopo Occam, non ha senso.
    La realtà è che, quanto è rispettabile il vissuto dell’esperienza interiore di un dio, tanto è inutile tentare di razionalizzarlo.
    Tutte le “prove” non sono altro ache un tentativo (IMVHO patetico) di esorcizzare il Rasoio di Occam.

    • Non sono un esperto del pensiero di Ockham, ma se le mie conoscenza (e il mio manuale 😉 ) non mi ingannano, io non ne farei un paladino contro le prove. Al di là del rasoio, anche Ockham propone una dimostrazione dell’esistenza di Dio. Nello specifico dovrebbe trattarsi di una rivisitazione della tomistica ex causa, che, benché non assuma valore assoluto ma solo “veridico”, ha un suo ruolo. Il rasoio invece può essere una buona critica alle prove a posteriori, ma non a quella anselmiana. Per il resto, come si è probabilmente capito dal post, preferisco di gran lunga i filosofi che hanno tentato di razionalizzare la sfera del divino, pur senza riuscirci, di quelli che si sono accontentati della loro fede. Ma temo che questo sia un discorso che ci porterebbe troppo lontano. 🙂

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