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Il 25 febbraio, secondo giorno delle nostre elezioni parlamentari, la tensione per l’esito del voto mi costrinse a fare un salto a casa di un amico. Dovevo distrarmi, vedere un film. L’insano clima politico fece cadere la nostra scelta su Il Divo, film diretto da Paolo Sorrentino, soggetto: l’esperienza politica di Giulio Andreotti nei primi anni ’90.

Sono grato di aver visto quel film quella sera, invece che qualche mese più tardi. Sono stato grato di aver avuto una mezza idea di chi potesse essere Giulio Andreotti nell’immaginario collettivo quando costui è morto. Ciò non è per esaltare la figura di Andreotti come quella di un santo o di un uomo limpido nel suo operare, anzi, è proprio per averne tra le mani un ritratto che, in virtù delle sue luci e le sue ombre, risulti affascinante e interessante da osservare.

Le innumerevoli contraddizioni del politico Giulio Andreotti escono in maniera efficace quanto alle volte caricaturali nel film di Sorrentino, suggerendo un immaginario del Potere che ha in sé un che di perverso quanto di necessario. Andreotti è infatti un politico che potrebbe aver sostenuto azioni violente e fortemente antipolitiche (il film tradisce in più punti questa linea di lettura), ma secondo cui l’antipolitica sarebbe stata per la politica, a fine della sua salvaguardia. E, sotto questo potenziale d’errori e scandali, viene comunque presentato un Andreotti uomo, con i suoi nevrotismi, la sua retorica e il suo contegno. Molte di queste sono virtù di cui si fa lode al politico, ma che, se applicate all’uomo, lo rendono un disumano, un personaggio, un intrigante perfetto, un colpevole che è anche innocente, insomma … un divo. Un divo davanti al quale non si può soltanto storcere la bocca, ma anche togliersi il cappello.

Credo di essere un po’ malato di andreottismo mentre scrivo queste parole. Non perché io approvi una linea politica come la strategia della tensione (la “strategia della sopravvivenza”, come la chiama un Toni Servillo truccatissimo nel più celebre monologo del film), o per i suoi presunti contatti con la mafia, ed altro ancora. Quello che più mi ammalia di Andreotti è il suo essere stato in grado di restare al potere in anni oscuri, tanto oscuri che ne hanno fatto necessariamente un personaggio oscuro, e di uscirne decisamente non limpido, ma stranamente pulito, con anche qualche assoluzione oltre alle tanto agognate prescrizioni di reato. Insomma: “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”.

E chi fino ad oggi vantava di teorie del complotto ove il principale attore fosse Andreotti e, contempo, ingiuriava invece contro Silvio Berlusconi di non rispettare le condanne della magistratura, dovrebbe stare bene attento: sia l’ingiuriante che l’ingiuriato mettevano in discussione il medesimo valore. Ora le cose però cambiano. La morte di Andreotti segna una svolta epocale nella possibilità di rileggere quelle pagine oscure della nostra vicenda nazionale, dacché, da cittadino, Giulio Andreotti è divenuto personaggio storico ed accusarlo, finalmente, diverrebbe non più un capovolgimento del giudizio penale della Magistratura, bensì solo una possibile lettura dei fatti. Questa potrebbe essere la parafrasi della celebre battuta dell’allora comico Beppe Grillo, secondo cui “una volta morto Andreotti, avremmo scoperto tutto dalla scatola nera che è impiantata nella sua gobba”.

Ultima parentesi: nel film di Sorrentino, l’Andreotti interpretato da Servillo assiste televisivamente a quello sketch mantenendo la proverbiale impassibilità del personaggio. Tuttavia, rivedendo quella scena, non mi sono risparmiato una domanda d’ispirazione profetica: se lo sarebbe mai aspettato lui, il divo Giulio, che quello stesso comico sarebbe stato il leader e portavoce di una delle maggiori forze parlamentari, nel giorno della sua morte?

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