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“Ma dai, questa qui fa schifo! Ma che musica è? Questo per me è solo rumore, non merita proprio di essere ascoltata!” È un giudizio questo che sentiamo spesso, o che proprio noi a volte pronunciamo, ascoltando una nuova canzone o un genere musicale che per noi è totalmente sconosciuto. La nostra tendenza a dare giudizi al primo ascolto è davvero irrefrenabile e troviamo inspiegabile che qualcuno contraddica la nostra posizione sostenendo, al contrario, che il brano in questione è un assoluto capolavoro e che il nostro giudizio è totalmente irrilevante. Essendomi trovato molto spesso in questa situazione nell’ultimo periodo, tutto ciò mi ha portato a qualche riflessione. Prima di tutto dovremmo chiederci: è possibile dire di una canzone, o di un genere musicale in generale, che “fa schifo” ? Inizialmente pensavo che la risposta a questa domanda fosse un semplice “sì”, ma la mia posizione è radicalmente cambiata.

Ovviamente il gusto personale incide moltissimo sul nostro giudizio, e non potrebbe essere altrimenti. Non dimentichiamoci che lo scopo principale di un brano musicale è (o dovrebbe essere) quello di suscitare emozioni in chi la ascolta, ed essendo tutti noi molto diversi, è perfettamente normale che i nostri giudizi differiscano (essendo diversi le sensazioni provate da ciascuno). Tutto questo però non può portarci a concludere che esistano dei tipi di musica degni di essere ascoltati (quelli che ascoltiamo “noi”) ed altri che sono pura e semplice “spazzatura musicale” e meriterebbero di sparire (quelli che ascoltano gli “altri”). Come vi dicevo, fino a qualche tempo fa io ragionavo esattamente in questo modo. Poi mi sono ricreduto, e per diversi motivi.

Partiamo dal presupposto che, almeno a mio modesto parere, ogni forma di musica (salvo alcune rarissime eccezioni [e qui dimostro tutta la mia difficoltà nel cambiare opinione dalla mia precedente posizione] ) è in qualche modo “bella” e merita di essere ascoltata. Essendo una forma d’arte, cerca di esprimere qualcosa che l’artista sente dentro di sé e che vuole comunicare agli altri, nei modi più molteplici e che possono più o meno piacere. Se nel nostro ascolto di una canzone o di un brano tenessimo presente questo presupposto, già i nostri giudizi cambierebbero. Non è inoltre possibile giudicare un brano la prima volta che lo ascoltiamo, questo è abbastanza ovvio, le variabili implicate sono troppe. Credo però che l’elemento più importante nelle nostra considerazioni e nelle nostre valutazioni è “l’orecchio” che abbiamo sviluppato, tramite i nostri ascolti, nel corso della nostra vita. Mi spiego meglio: è possibile che un genere musicale non ci piaccia per nulla, non ci comunichi niente o semplicemente non ci faccia alcun effetto. Ma qualche tempo dopo, riascoltandolo, la nostra valutazione potrebbe essere ben diversa, fino a portarci addirittura ad adorare ciò che prima ci lasciava indifferenti (succede spesso, credetemi). Perché questo? Le spiegazioni possibili sono infinite, ma, sempre a mio umile parere, forse la prima volta non eravamo ancora in grado di apprezzare ciò che ascoltavamo, perché il nostro orecchio non era ancora pronto e preparato a quei tipi di suoni che ora ci stupiscono. La sensibilità musicale fa parte della nostra vita, cresce con noi e con le nostre esperienze, permettendoci di gustare, di cogliere e godere di sonorità sempre diverse. Così, ad esempio, adesso può sembrarci difficile ascoltare un pezzo jazz, o sorbirci una lunghissima parte strumentale di un brano dei Pink Floyd, o una noiosissima sinfonia di Mozart, ma magari fra vent’anni penseremo questa stessa cosa di ciò che ora prediligiamo e ascoltiamo abitualmente.

Ecco perché credo che non sia possibile “bollare” una determinata musica come “schifosa” se non dopo aver tenuto conto di tutto quello detto sopra. È possibile che chi ama un genere o degli artisti che noi non ascolteremmo mai, neanche per tutto l’oro del mondo, abbia semplicemente sviluppato un orecchio diverso dal nostro, oppure che non sia ancora in grado di distinguere i diversi livelli di qualità musicale (è inutile prendersela con i ragazzini se ascoltano le boy band e ne osannano i componenti come se fossero musicisti degni del migliore John Lennon [e anche qui traspare di nuovo tutta la mia difficoltà a sospendere il giudizio su certi tipi di musica] ). Se le nostre perplessità dovessero continuare, rifacciamoci alla citazione ripresa dal titolo (che non è di Cicerone, ma più verosimilmente è del latino maccheronico dei dotti medievali), oppure a questa di Immanuel Kant (presa, guarda caso, dalla “Critica del giudizio” [così facciamo anche un po’ gli intellettuali e citiamo gente importante] ) che chiude definitivamente il discorso: “Bello non è ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”.

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