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Qualche settimana fa il Foglio ha pubblicato un articolo riguardante la Vandea, la regione della Francia che più di tutte si oppose alla Rivoluzione settecentesca. Lʼautore dellʼarticolo, Giulio Meotti, parla dellʼepisodio vandeano come di un “massacro dei lumi” perpetrato dai capi rivoluzionari (Robespierre in prima linea, paragonato nellʼarticolo a Hitler) ai danni di innocenti che avevano come unico peccato quello di non appoggiare la Rivoluzione.

Tale articolo è sintomatico di una diffusa avversione verso la Rivoluzione francese, ormai uscita quasi completamente dal canone contemporaneo. Avversione che adduce come “prove” il periodo 1793-1794 (il Terrore) quando la Rivoluzione subì uno scivolamento che la portò ai tribunali rivoluzionari e alla ghigliottina. Questa tesi tende a vedere la Rivoluzione in unʼottica totalitarista, sanguinosa, che non portò altro che morte ad opera di Robespierre, il “boia”.

Uno storico quando studia e cerca di interpretare il passato deve tenere sempre in considerazione un comandamento: cercare di essere il più oggettivo possibile. Mi spiego meglio; quando si studia un episodio avvenuto più di duecento anni fa, come la Rivoluzione francese, si deve dimenticare lʼideologia propria di una persona e dare una spiegazione il più svincolata da “contaminazioni” contemporanee. Questo sforzo che uno storico deve fare è assai difficile per avvenimenti che sono collocati nellʼepoca contemporanea (1848-oggi) ma si deve assolutamente fare per episodi che si verificarono in unʼepoca, in un contesto storico, in una società, che non ha nulla in comune con quella attuale.

Se si applica questo ragionamento alla Rivoluzione francese non si può assolutamente catalogare questo episodio solo dal Terrore e dalle ghigliottine. Essa fu ben altro. Si dimentica troppo spesso di parlare del 1789, della Dichiarazione Universale dei diritti del cittadino, dellʼinizio della partecipazione democratica nella vita di uno Stato, del diffondersi di concetti come “democrazia”, “rappresentanza”, “uguaglianza” e dellʼinfluenza che la rivoluzione ebbe sul nostro Risorgimento. (Come spiega Banti, il Risorgimento italiano affonda le sue radici nel pensiero rivoluzionario che si diffuse nel nord Italia). Però quando oggi si parla di Rivoluzione francese queste cose vengono “dimenticate” o,forse, volutamente tralasciate.

La rivoluzione francese fu un episodio che cambiò lʼEuropa e non solo la Francia. Lʼassolutismo monarchico, incarnato perfettamente nella figura di Luigi XIV e poi portato avanti dai monarchi successivi (tra cui Luigi XVI), schiacciava il popolo. Eʼ proprio il popolo che entra sulla scena politica e civile per la prima volta con la Rivoluzione; certamente non si può parlare di veri e propri partiti (bensì di club) ma allʼinterno di questi gruppi si parlava liberamente, si dibatteva, si decideva, dei problemi del tempo. Eʼ lʼinizio della partecipazione democratica, interrotta nei decenni successivi, ma che sta alla base della società dʼoggi. Partecipazione democratica che vide come mezzo potente nelle proprie mani i giornali. Nacquero centinaia di quotidiani, periodici, gazzette che potevano esprimersi liberamente su ogni argomento, anche sul re stesso. E la stessa Dichiarazione dei diritti dellʼuomo e del cittadino del 1789 allʼarticolo 11 afferma che ogni cittadino può parlare, scrivere, stampare liberamente tutto ciò che vuole. Stando sempre sulla Dichiarazione, viene affermata la libertà e lʼuguaglianza nei diritti per ogni uomo, i diritti naturali ed imprescrittibili dellʼuomo, la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza allʼoppressione, il principio che ogni sovranità risiede nella Nazione e la definizione di legge come espressione della volontà generale. Questi termini, queste affermazioni, sono oggi per noi scontate ma nel 1789, quando quasi tutta Europa dipendeva da sovrani assolutisti, erano rivoluzionari.

Eʼ ancora giusto catalogare la Rivoluzione francese solo come “Terrore” e stragi? Prima di quel “scivolamento” enunciato da Lefevbre (ossia prima del 1793-1794) il popolo francese fece altre importanti conquiste in campo sociale e politico, come lʼabolizione della schiavitù e lʼabolizione dei diritti feudali. Tuttavia è meglio concentrarsi sul periodo imputato, ossia il Terrore. Molti storici hanno affrontato tale argomento e hanno fornito varie definizioni; convenzionalmente con il “Regime del Terrore” si intende quel periodo che va dal luglio 1793 al 27 luglio 1794 (morte di Robespierre), caratterizzato dalla preminenza del Comitato di salute pubblica che mise in atto misure repressive verso le fazioni ritenute nemiche della Rivoluzione. In molti addossano le cause delle morti di questo periodo ad una persona in particolare, Robespierre.

Ma è davvero legittimo considerare Robespierre come la personificazione del Terrore sanguinario e dei suoi successi? Come si vedrà, egli si orientò in quella direzione solo mano a mano che si aggravavano i pericoli per la Repubblica. Ma prima di esaminare gli atti più importanti dellʼIncorruttibile durante questo periodo è necessario soffermarci sulla definizione data da Robespierre al Terrore. Egli associa in modo inseparabile il Terrore e la Virtù; “se la forza del governo popolare in tempo di pace è la virtù, la forza del governo popolare in tempo di rivoluzione è a un tempo la virtù e il Terrore. La virtù, senza la quale il Terrore è cosa funesta; il Terrore, senza il quale la virtù è impotente. Il Terrore non è altro che la giustizia pronta, severa, inflessibile. Esso è dunque una emanazione della virtù”. Vediamo subito come per Robespierre il Terrore non era affatto “stragi”, “decapitazioni” o “processi”. Era qualcosa di ben altro, più sublime, più difficile da capire ma al tempo stesso più vantaggioso per la Repubblica.

Ma veniamo ora ad alcuni fatti che forse chiariscono meglio la figura di questʼuomo. Dopo lʼassalto al palazzo delle Tuileries (10 agosto 1792) Robespierre prese lʼiniziativa di far istituire il primo tribunale straordinario (chiuso quasi subito), che avrebbe dovuto giudicare i crimini contro la Rivoluzione; egli tuttavia declinò lʼincarico di presidente di tale tribunale perché non poteva “giudicare per gente di cui era stato nemico dichiarato”. Non volle nemmeno erigersi giudice contro Luigi XVI dichiarando solo che finché il re fosse vissuto avrebbe rappresentato il centro dei complotti contro la libertà. Capire la mentalità di Robespierre è assai difficile; egli era animato da un forte sentimento dʼamore verso la Rivoluzione. Non poteva tollerare che qualcuno potesse essere contro la Repubblica e la Rivoluzione. Questo è quello che capirà perfettamente Saint-Just nella drammaticità del 1794; la Rivoluzione non si può fare a metà, si deve andare fino in fondo. Eʼ questo sentimento dʼamore fa essere Robespierre inflessibile verso chi negozia o tratta con potenze nemiche, verso chi si rifiuta di combattere per la Repubblica. Quando chiederà la ricostituzione del tribunale rivoluzionario, che lavori speditamente e che il castigo, rapido come il lampo, debba punire la colpa appena essa venga accertata è spinto dal timore che la Rivoluzione possa finire e che tutte le conquiste fatte fino ad allora si trasformino solo in ricordi. Robespierre sarà inflessibile per i crimini dei capi girondini, ma vuole risparmiare le comparse. Quando si propose che 73 deputati della Gironda fossero mandati a morte, lʼIncorruttibile, a rischio della propria popolarità, combatte tale mozione e salvò queste persone. Dirà, “la Convenzione nazionale non deve cercare di moltiplicare i colpevoli. Eʼ coi capi della fazione che deve prendersela”. E anche con gli Hebertisti Robespierre tenta di limitare la repressione al minimo indispensabile.

La situazione militare della Francia nei primi mesi del 1794 era troppo grave e Robespierre temeva che la brusca soppressione delle misure rivoluzionarie, la liberazione in massa dei sospetti, potessero scatenare una reazione violenta, che avrebbe travolto la Repubblica. Ed ad incutere maggiori timori cʼerano i Dantonisti, i loro loschi intrighi a favore di una pace prematura, i loro legami sospetti con uomini corrotti o con monarchi dichiarati. Gli attacchi di tale gruppo costrinsero Robespierre a precisare la proprie idee sul governo rivoluzionario. In questo regime dʼeccezione, il governo rivoluzionario aveva come fine la salvezza della Repubblica. Armato di un enorme potere, bisognava impedirgli di abusarne. Come? Esigendo da chi ne faceva parte un completo disinteresse, unʼabnegazione assoluta. Contro lʼabuso della dittatura, una sola garanzia, dʼordine morale: la virtù dei dittatori. E vediamo come ricompare anche qui la diede terrore-virtù; il governo rivoluzionario deve ricorrere contemporaneamente al terrore e alla virtù. Ma tale appello fu inascoltato dalle altre fazioni; così Robespierre, che più volte aveva preso le difese di Danton e Desmoulins, si rassegnò allora a lasciar fare alla giustizia il proprio corso.

Il terrore trovò sempre con Robespierre un correttivo nella virtù e nella pietà. Biasimò aspramente gli eccessi dei terroristi e cercò di bloccarne lʼattività. Ed un ultimo esempio ci porta negli ultimi giorni di vita di Robespierre. Egli, come è ben noto, si recò, dopo settimane di isolamento in casa, alla Convenzione per tenere un discorso dove condannava i suoi nemici senza fare però nomi precisi. La maggioranza degli studiosi è concorde nel fatto che il mancato pronunciamento dei nomi è da ritenersi la causa prima della sua cattura e morte. Ma fu proprio Robespierre ad opporsi alle liste di proscrizione, strappando quella redatta dai suoi colleghi. I membri che egli accusava non dovevano essere arrestati ma solo costretti a dimettersi. Non nominò nessuno poiché non voleva trascinarli davanti al Tribunale rivoluzionario.

Possiamo concludere quindi con il lucido ragionamento di Albert Mathiez; Robespierre ha rappresentato nel Terrore la moderazione, lʼindulgenza, lʼonestà. I suoi sforzi continui per mettere la virtù allʼordine del giorno, la sua sollecitudine per i pregiudizi religiosi del popolo, la festa per lʼEssere supremo, come felice tentativo di riconciliare i credenti con la Repubblica: sono tutte dimostrazioni del fatto che Robespierre stesse preparando gradualmente la fine dei provvedimenti dʼeccezione e il ritorno, con la pacificazione, a un regime normale. Come si è potuto brevemente vedere Robespierre non fu quel mostro esecrabile che ci dipingono oggi. Non era un boia desideroso di sangue. Era invece, forse, uno dei pochi uomini rivoluzionari che amava completamente la Rivoluzione e che voleva che le sue conquiste fossero durature. Il suo ardente sentimento dʼamore verso la Rivoluzione lo portò certamente a degli accessi ma solo perché per lui era inconcepibile che qualcuno si scagliasse contro la Rivoluzione, contro la Repubblica, contro il bene del popolo. E non bisogna dimenticare una cosa fondamentale; Robespierre era lʼunico che aveva una concezione così alta del Terrore allʼinterno del Comitato di salute pubblica, Comitato nel quale era in minoranza come era in minoranza nel Tribunale rivoluzionario. Robespierre non fu lʼunico protagonista del Terrore e non era lʼunico a prendere le decisioni. Era lʼuomo più in vista poiché era colui che aveva creduto più a fondo nella Rivoluzione e che riteneva dovesse essere conclusa fino in fondo.

Carlo Bazzani

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One thought on “La Rivoluzione francese tra mito e realtà

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