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Ecco la terza ed ultima parte del mio lavoro avente come tema generale l’immagine della donna nel pensiero di Theodor Adorno. Ad un primo articolo in cui ho perlopiù recuperato personaggi dal mito dell’Odissea, ne è seguito un secondo, dove ho descritto brevemente alcuni modelli femminili, tratti da Minima moralia, e i problemi a loro connessi. Qui voglio occuparmi di un singolo aforisma contenuto nella stessa opera, il numero 108, intitolato ‘La principessa lucertola’; il quale con un po’ di fortuna potrebbe portarci ad interessanti conclusioni sull’amore.

L’aforisma cita un racconto per ragazzi dello scrittore tedesco Hans T. Storm chiamato ‘Paolo il burattinaio’, che narra di un ragazzotto che si innamora di una giovane di nome Lisetta, facente parte di una troupe di attori e burattinai girovaghi. Un giorno Paolo la incontra per strada, decide di farsi coraggio e tenta di attaccare discorso anche se in maniera piuttosto maldestra. Egli chiede infatti alla giovane se stia per caso facendo due passi, magari per comprarsi un vestito nuovo; Lisetta però lo squadra diffidente e risponde che sta solo andando al mercato a prendere degli stracci poco costosi per i suoi burattini. La condizione di povertà economica e materiale costringe la giovane burattinaia a “considerare come eccessivo tutto ciò che non ha una giustificazione pratica”, mentre la fantasia del ragazzo innamorato, che vede lei immersa in un alone di fiaba, “si prende troppa confidenza con la povertà, e finisce per offenderla”. Evidentemente la contingente povertà economica della ragazza è traducibile in una povertà ontologica, che costituisce la vera morale del racconto. Dal punto di vista del soggetto Paolo, che non a caso è il protagonista e il narratore del racconto, Lisetta manca di trascendenza, di irriducibilità agli atti del soggetto; essa è un costrutto mentale puramente immanente, creato fichtianamente da un soggetto assoluto e tiranno. Questa coscienza idealistica si è innamorata di un oggetto privo di una qualsiasi indipendenza dal suo creatore, privo insomma di anima. Adorno scrive che “la mancanza d’anima, di vita interiore, di quelli che vegetano ai margini della civiltà […], diventa la fantasmagoria dell’anima per i ben collocati”, infatti “l’amore si abbandona a ciò che è privo di anima come al simbolo dell’animato, poiché per esso i viventi sono il teatro della brama disperata di salvare, che può avere il suo oggetto solo in ciò che è perduto.” La situazione presentata da Adorno è quindi complessa e addirittura paradossale, considerando che il mondo descritto dal pensatore tedesco è un luogo corrotto e falso in cui “non c’è più nulla di innocuo” (aforisma 15). Leggendo attentamente alcuni passaggi tuttavia è evidente che Adorno non stia conducendo un’analisi fenomenologica del problema; sembra inoltre che stia limitando la questione ad un piano sociale, quando invece potrebbe esser posta in un ambito più generale che potremmo definire esistenziale.

Un grande pensatore del ‘900 che può allora aiutarci ad analizzare questo complicato problema è Jean-Paul Sartre, bersaglio tra l’altro di alcune critiche del nostro autore di riferimento. Per il geniale filosofo francese l’amore è inevitabilmente votato allo scacco: volendo infatti valere per l’altro come la totalità infinita del mondo, l’amante esige anche che l’altro sia libero di scegliere di amarci; in altre parole si vuole da un lato che l’altro sia libero, e dall’altro che sia schiavo della nostra volontà. Ecco dunque mostrata l’intrinseca conflittualità dell’amore. Facciamo però un passo indietro e analizziamo una condizione necessaria affinché nasca un vero sentimento d’amore. Ne ‘L’immaginario. Psicologia fenomenologica dell’immaginazione’ (1940) Sartre scrive che affinché una persona sia amata è necessario riconoscere ad essa una sfera di irriducibilità dai nostri giudizi, “un’impenetrabilità che esige degli sforzi sempre rinnovati di approssimazione”. Egli distingue allora in due classi di sentimenti: i sentimenti veri e i sentimenti immaginari. I primi devono avere un riferimento oggettuale reale e trascendente che sia riconosciuto dal soggetto come tale, i secondi invece “la cui essenza è che essi sono degradati […], hanno bisogno del non-essere per esistere”, proprio come Paolo ha bisogno dell’assenza di anima di Lisetta per “amarla”. Non dobbiamo però dimenticare che il trascendente è sì un elemento indispensabile per l’amore, ma l’altro, il diverso, può farci paura: è più facile avere a che fare con un oggetto alla nostra completa mercé, come nel caso di una creazione fittizia, piuttosto che con un qualcosa di altro, qualcosa di sconosciuto, la cui libertà non dipende dalla nostra volontà. È pur vero che se si potesse conoscere perfettamente qualcosa, quel qualcosa perderebbe inevitabilmente d’interesse agli occhi del soggetto; tuttavia, e qui azzardo una mia interpretazione alle pagine di Adorno, il borghese potrebbe aver optato per questa soluzione: rivolgere il proprio amore verso qualcosa di inanimato, che sia ancora lontano dalla riflessione dell’io. Ovviamente questa scelta vigliacca non risolve il problema: questi sentimenti “immaginari” scrive Sartre, non sono destinati a durare nel tempo, infatti “basta l’apparizione del reale per metterli subito in fuga, come il sole dissipa le ombre della notte.”

In altre parole ragazzi possiamo stare certi che prima o poi la vera Lisetta si presenterà per quel che è realmente, ed allora ci si accorgerà quanto si è stati arroganti, ingenui, stupidi e tutto il resto. Augurandomi che questo vi sia già successo (se così non fosse secondo Sartre potreste essere predisposti alla schizofrenia), vi saluto e vi ringrazio per avermi seguito in questo percorso all’interno di alcune delle pagine che Adorno ha dedicato al mondo femminile.

Marco Stucchi

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