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Fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza’.

Di tutta quell’opera straordinaria che è la Commedia dantesca, probabilmente questi due sono fra i versetti più conosciuti e citati. Il canto in questione è ventiseiesimo, che ha per protagonista indiscusso Ulisse. In questo breve testo vorrei cercare di mettere a fuoco la figura dell’eroe omerico, di vedere come Dante lo reinterpreta e di capire come mai, dopo circa settecento anni dalla stesura di quest’opera, essa riesca, specialmente in questo canto ad essere così profondamente attuale.

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Dante non conosceva affatto il greco e non aveva neppure letto alcuna delle versioni latine dell’Odissea. Quel che rappresenta, quindi, è in parte influenzato dall’immaginario comune, in parte sviluppato da egli stesso. Ulisse si trova nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno ed è in compagnia di Diomede. I due sono raffigurati come un unica fiamma biforcata.

La critica, sebbene non con una completa unanimità, ha ritenuto questo il canto dove sono puniti i consiglieri di frodi, a partire da un’allusione presente nel canto successivo. Anche la pena per contrappasso rafforza questa interpretazione: Ulisse e Diomede sono rappresentati come una fiamma la cui forma ricorda quella di una lingua. Hanno peccato attraverso la parola e nello stesso modo ne pagano il fio.

Almeno in un certo senso ci si potrebbe fermar qui: i due scontano la pena infernale per aver abusato del loro ingegno e della loro eloquenza, mettendoli al servizio della loro ancor maggiore astuzia. Lo stesso Virgilio è ben chiaro nell’illustrare i motivi per i quali troviamo questi due grandi eroi classici nelle profondità infernali.

Rispuose a me: “Là dentro si martira
Ulisse e Diomede, e così insieme
a la vendetta vanno come a l’ira;
e dentro da lor fiamma si geme
l’agguato del caval che fé la porta
onde uscì de’ Romani il gentil seme.
Piangevisi entro l’arte per che, morta,
Deidamìa ancor si duol d’Achille,
e del Palladio pena vi si porta”.

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Sono dunque tre inganni quelli che Ulisse e Diomede scontano: il cavallo di Troia, l’aver condotto con l’astuzia Achille in guerra e l’aver trafugato una statua di Atene. Tuttavia, dopo aver fatto queste dovute precisazioni, si può e si deve proseguire nell’esame del testo dantesco. Nel resto del canto infatti la figura di Ulisse verrà presentata in un modo ben più ricco rispetto a queste prime righe.

Virgilio, come spesso accade nella Commedia, comprende subito il desiderio del poeta e domanda ai due in che mondo morirono. Subito, fra le due anime, quella di Ulisse (“lo maggior corno de la fiamma antica“) assume centralità. È lui a rispondere alla domanda di Virgilio e, per tutto il resto del canto, sarà lui a parlare. Sin dalle prime battute ci appare chiaro che siamo davanti a un personaggio che è ben più di un consigliere di frodi. Dante ci fornisce il quadro del primo eroe moderno, di una figura dai tratti quasi romantici.

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ‘l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;
ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.

L’Ulisse dantesco non torna affatto alla sua Itaca, lasciata Circe con una piccola compagnia di uomini, salpa per un ultimo e straordinario viaggio. A muoverlo non sono grandi promesse di onori o ricchezze ma, al contrario, il solo desiderio di conoscere il mondo. Ulisse salpa, con le sue sole forze, per  “divenir del mondo esperto / e di li vizi umani e del valore“. Giunto ai confini del mondo, alle colonne d’Ercole, Ulisse non si tira indietro ed esorta i suoi compagni con quella che egli stesso chiama orazion picciola.

‘O frati’ dissi, ‘che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza’.

Fino alla fine in Ulisse convivono due aspetti quasi antitetici. C’è l’astuto imbroglione che con queste belle parole porta i compagni alla rovina, e c’è l’eroe che li richiama alla loro semenza, alla loro origine. L’uomo non vive per niente, per sopravvivere come un bruto, bensì per raggiungere le più alte vette, per perseguire virtù e sapere.

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Ma il viaggio di Ulisse è tragicamente destinato al fallimento: il suo ardore di conoscere è una fatale volontà di superare ogni limite. Forse, il più grande peccato che Ulisse si trova a scontare, non è quello di essere un astuto ingannatore, bensì di essere un radicale umanista. Incurante dei divieti e dei limiti impartiti da Dio, Ulisse mangia dall’albero della conoscenza. Intraprende il suo folle volo, facendo affidamento alle sue sole forze. Così, in un certo senso, il viaggio e la figura di Ulisse sono speculari a quelle di Dante. Dove il viaggio dell’uno è tutto umano e terreno, quello dell’altro è guidato dalla Grazia. Dove uno è il primo umanista, l’altro è l’ultimo medioevale.

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fe girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,
infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso.

La chiusa del racconto di Ulisse, nonché del canto, è semplicemente tombale. Nulla può l’uomo, l’astuto ingannatore, l’eroe di fronte al volere divino. Giunti in prossimità del Paradiso terrestre il folle volo ha un tragico termine, la somma volontà pone fine all’atto di superbia e presunzione dell’uomo Ulisse.

Dante non può che ammirarlo profondamente, benché, da medievale, veda nel suo un viaggio mostruoso, grande quanto terribile. Il viaggio dell’eroe omerico è l’opposto di quello dantesco, ma è il nostro. E’ la sfida che l’uomo cartesiano lancia al divino ed è la storia di tutta la modernità. Una radicale scommessa, per la quale il tentativo di Ulisse smette di essere “straordinario, ma tragico” e diventa “tragico, ma straordinario“. 

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5 thoughts on “Fatti non foste

  1. L’eroe omerico e l’uomo dantesco sono persone completamente diverse. Del resto Ulisse anche nel testo omerico è diverso da tutti gli altri eroi: è l’uomo che sopporta, non il semidio che cerca di innalzarsi oltre quanto gli è concesso dagli dei. Nel stesto dantesco questa concezione è ribaltata, e Ulisse diventa poprio il prototipo di eroe che cerca di opporsi in modo fallimentare al fato, come nella tradizione erano Achille, Edipo o Bellerofonte.

  2. Pingback: Hai un momento Diavolo? | In Vero Vinitas

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