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Liturgia. La parola puzza di vecchio e soprattutto di reazionario, tanto da farne una delle categorie più cestinabili dell’immaginario contemporaneo. Come sempre, tuttavia, studiosi, artisti e pensatori provano odio nei confronti dell’abitudine di buttare via ciò che sembra vecchio. Si sviluppa dunque la capacità di riesumare ciò che sembrava perduto e di rivestirlo con abiti nuovi.

Hermann+Nitsch

Nei primi anni settanta ecco infatti sorgere nel contesto artistico austriaco un gruppo di performers dall’aria folle, noto sotto l’etichetta di Azionismo Viennese. Questo movimento pone al centro della propria ricerca l’azione violenta e sanguinosa, applicata sul proprio corpo, o comunque coinvolgendo la dimensione fisica della collettività. Della seconda specie è la personalità dell’artista Hermann Nitsch, che definisce la propria opera “Teatro delle orge e dei misteri”. L’idea del teatro nasce dalla natura collettiva delle sue azioni più note. Queste sono il verificarsi di sacrifici compiuti da ampi gruppi che squartano bestie, imbrattano di sangue i propri corpi e i paramenti sacri della tradizione, riproducono scene violente presenti nell’iconografia occidentale – un esempio su tutti, la crocifissione. Sono azioni in cui il corpo del singolo interagisce con la collettività e da essa trae nuova vitalità (da qui l’idea dell’orgia, intesa come soddisfazione della libido intersoggettiva) e pone al centro uno degli aspetti ancestrali della natura umana: il mistero, il rito.

La liturgia è infatti il linguaggio del rito. È una forma che non si limita a descrivere le norme di singoli eventi, bensì organizza gli stessi con cadenze regolari, avvolgono tutto il tempo naturale, immedesimando il ritmo cronologico con il cammino di fede del credente. Prendendo ad esempio tra le tante tipologie liturgiche quella della cristianità, essa ha assunto nel tempo un aspetto sempre più freddo e concettuale, che ben si allontana dalla violenza del proprio tema. Voglio dunque descrivere le forme assunte dalla liturgia cristiana nei confronti del suo soggetto più violento, cioè la morte di Cristo, celebrata nel calendario liturgico cattolico nel giorno del Venerdì Santo. Non ci occuperemo della classica “Via Crucis”, che non ha una forma convenuta, bensì della “Celebrazione della Passione del Signore” secondo il rito ambrosiano, la cui forma è ben descritta nei messali, messalini e analoghi.

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La celebrazione inizia a luci spente. Questa scelta pone la celebrazione in linea rispetto a quella sera precedente, che aveva celebrato l’Ultima Cena di Cristo con i suoi discepoli e il primo processo. La Messa in Cena Domini compiva questa scelta riflettendo la struttura delle preghiere vespertine recitate durante l’anno, che iniziano con quello che è detto rito della luce. Questo ricorda come il Salvatore sia la luce che rischiara le tenebre della notte oramai imminente. L’estetica della luce, di matrice neoplatonica, ha evidenti richiami simbolici alla dialettica su cui poggia tutto il pensiero cristiano. Anche la celebrazione del Venerdì Santo si apre dunque con un canto, durante il quale tutte le luci del tempio vengono accese, mentre l’altare riceve la riverenza del bacio e dell’incensazione. Questi ultimi gesti sono tipici della messa domenicale, e sono quei segni che spostano tutte le riverenze dal tabernacolo al luogo dove avverrà la consacrazione del pane e del vino.

Ma il Venerdì Santo non c’è spazio per la consacrazione di alcunché. Durante il secondo momento della celebrazione, la liturgia della parola, si procede difatti con la lettura di alcuni brani tratti dalla Bibbia, tra cui spicca il vangelo che narra la Passione di Cristo secondo l’evangelista Matteo. Arrivati alla frase: E Gesù, emesso un alto grido, emise lo spirito, tutte le luci vengono immediatamente spente. Turibolo e incenso vengono portati nella sacrestia, l’altare è spogliato di ogni suppellettile. La spogliazione dell’altare sottolinea la completa identificazione dell’altare con il corpo del Cristo. Ora che questo corpo è morto, la mensa non ha infatti più senso alcuno. Già la sera prima il tabernacolo era stato svuotato di ogni particola consacrata, facendo sì che questo gesto ulteriore tolga ogni segno della presenza divina all’interno della chiesa. Tutto ciò avviene nel più assoluto silenzio, mentre il sacerdote e l’assemblea contemplano in ginocchio la morte del proprio dio. Alla fine, la lettura del brano riprende e il prete predica l’omelia, come si è soliti fare dopo la lettura del testo evangelico.

Commemorato il sacrificio, l’ultima parte della celebrazione è più che unica nel decorso della liturgia ambrosiana. All’omelia segue infatti l’adorazione della croce. Dopo la morte di Cristo, infatti, l’unico segno della sua Passione è il crocifisso. Questo è dunque portato in processione lungo la navata centrale, ricevendo tre volte l’adorazione dell’assemblea con le antifone cantate, per poi essere poggiato ai piedi dell’altare e ricevere la riverenza della tripla genuflessione e del bacio da parte dei ministranti e del celebrante. Ricordiamo che la genuflessione è la riverenza riservata al tabernacolo, mentre il bacio all’altare. Nonostante la celebrazione della sua morte, la presenza fisica del Cristo è riconfermata dalla liturgia nel segno massimo del suo sacrificio: la croce.

La celebrazione si conclude dunque con la recita delle preghiere universali predisposte dal messale e con un saluto senza benedizione. Mentre celebrante e ministranti escono, l’assemblea può compiere la propria riverenza al crocifisso. Le forme assunte dalla liturgia sono dunque perlopiù concettuali, alludono, fanno richiami ad altri segni, rischiano l’autoreferenzialità, ma il loro soggetto rimane fisso nella mente del credente. Chiunque, tuttavia, può rileggere i gesti compiuti in una chiave meno coinvolgente di quel che il tema di fede richiederebbe.

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Un ultima nota: quando il poeta Francesco Petrarca descrive il suo primo incontro con Madonna Laura, sceglie come location dell’evento proprio il Venerdì Santo, forse per autobiografia, forse come ossimoro poetico. Questo a significare come la scansione liturgica ispiri altre suggestioni estetiche esterne alla propria funzionalità prettamente rituale.

In conclusione la liturgia è, in quanto forma del rito, contingente rispetto al contenuto che porta con sé. Tuttavia, proprio perché forma e, in particolare, forma estetica, ha in sé una forza che le è propria, a prescindere dal tema di cui si fa messaggera.

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