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Ecco la seconda parte del mio saggio dedicato all’immagine della donna presentata negli scritti di Adorno. In particolare il testo di riferimento sarà da qui in poi Minima moralia. Meditazioni della vita offesa,  una raccolta di aforismi fondamentale per comprendere la riflessione etica adorniana, scritta tra il 1944 e il 1947. Il testo è permeato da una sottile critica sociale, lungo la quale l’autore si sofferma ad analizzare costumi e personaggi dell’epoca contemporanea. Ovviamente la nostra attenzione è interamente focalizzata sui personaggi femminili: all’analisi di tre personaggi-tipo seguirà un rapido commento circa le considerazioni di Adorno sulla donna in generale.

Il primo aforisma che ci interessa è il numero 57, dove viene velocemente trattata la questione femminile. Negli anni ‘40 la lotta per l’emancipazione femminile otteneva buoni successi: in Francia, Italia e Belgio milioni di donne videro riconosciuto il loro diritto al voto, e già negli anni precedenti in varie zone europee, molte di esse iniziarono a partecipare al lavoro impiegatizio. Adorno tuttavia è un fine pensatore e smaschera meccanismi sotterranei che hanno deviato e “snaturato l’emancipazione della donna”, puntando il dito contro i movimenti operai che non si accorsero di ciò. Le donne, scrive in Minima moralia, “restano nella grande azienda ciò che erano nell’unità familiare: e cioè semplici oggetti”;  senza sviluppare alcun impulso agonistico verso il potere si sono assoggettate alle leggi del mercato, al dominio maschile. Si acuisce l’isteria femminile, fenomeno già studiato da Breuer e Freud negli ultimi anni del XIX secolo; ma ai tempi di Adorno il posto dell’isterica era ormai stato preso dalla figura della “pazza furiosamente indaffarata”. Ecco la donna in carriera che corre qua e là per le metropoli, annotando impegni lavorativi su un’agenda stracolma; oppure la casalinga che riempie meticolosamente la sua giornata con corsi, svaghi, incontri, insomma occupazioni di vario genere. Queste figure tragicomiche, consciamente o meno, hanno identificato il maschio borghese come modello da imitare, andando incontro a un preannunciato fallimento che genererà vergogna ed umiliazione.

Una figura per certi versi opposta, ma su cui grava un destino simile a quello che minaccia la pazza indaffarata, è presentata nell’aforisma 58. Stiamo parlando di Hedda Gabler, un personaggio di un opera teatrale di Henrik Ibsen. Essa rappresenta la ribellione della donna dalla noia, dalla routine; la sua è una lotta individualistica contro il matrimonio borghese e più in generale conto l’etica borghese. Il suo ideale estetico la porta ad offendere in malo modo l’ottima zia, simbolo della morale imperante e del carattere conformistico della bontà. Ecco allora un’altra figura apparire sulla nostra scena: la giovane donna sprezzante dei valori morali della società, che insegue un’idea sbiadita di bello, un’idea talmente opaca che è difficile prevedere dove potrà condurla. Per Adorno una simile rivolta è destinata al fallimento e all’autodistruzione del soggetto che la intraprende; soprattutto perché un percorso individuale verso la salvezza è impercorribile nel nostro mondo. Un singolo è sempre inserito in un ampio contesto sociale e culturale, e la domanda socratica circa la vita buona non può esser posta indipendentemente dalle istituzioni vigenti. Inoltre dato che, come scrive il nostro autore capovolgendo una massima di Hegel, “il tutto è il falso” e “ non si dà vera vita nella falsa”, è evidente che una lotta che oppone un concetto positivo come il bello alla vita repressa e offesa di questa società, è destinata ad un’inevitabile sconfitta.

Un’ultima figura che vorrei citare è la cosiddetta ragazza facile. Tutti hanno bene o male in mente qualche esempio: sono quelle ragazze che in una certa età venivano definite con epiteti indelicati e che più avanti attirano le occhiate maliziose ed ammiccanti dei predatori più rapaci. Adorno la descrive come “la simpatica antitesi di una puritana” che di fronte alle avances di un uomo, dopo un breve e tenue momento di riluttanza, viene persuasa ad acconsentire. La causa di quel fugace attimo di sospensione non è però da rintracciare nei divieti convenzionali o nelle inibizioni psicologiche, è invece “l’indizio segreto di una frigidità arcaica, dell’angoscia che l’animale femminile non può fare a meno di provare di fronte all’accoppiamento”. Torniamo a mirare i segni di un’antica ferita, che ricorda da vicino quella inflitta a Circe di cui ho parlato nella prima parte del mio lavoro. Essendo infatti la donna quella che si dona sarà anche quella che verrà ingannata; ecco l’ennesima figura tragica e fallimentare appartenente all’universo femminile.

Arrivati a questo punto è giusto chiedersi chi, o cosa, abbia contribuito a far scivolare la donna in questa misera condizione. Adorno punta l’indice innanzitutto contro il pensiero idealista, accusato essenzialmente di non rendere giustizia all’irriducibilità e alla singolarità dell’oggetto della sua analisi, in questo caso la donna. L’idealismo rinuncia alla meditazione sul particolare e alla presa di distanza dall’oggetto: il suo principale vizio consiste nell’omologazione dell’oggetto da parte della coscienza, la quale arriva troppo vicino ad esso, ferendolo nella sua intimità. In termini meno filosofici potremmo dire che si è così condotti ad una fruizione, ad un godimento sessuale del corpo della donna, che rifiuta ogni mediazione e nello specifico un atto di resistenza all’impulso di appropriarsi dell’altro, gesto che invece delineerebbe la situazione inaugurale dell’etica. Il poeta idealista tedesco Schiller è in questo senso oggetto di un’aspra critica, la quale si riversa poi sui grandi sistemi dell’idealismo speculativo. Ai personaggi femminili di Schiller sono contrapposti quelli di Goethe, che “con molta astensione e rinuncia”  resistono alla violenza.

L’idealismo è spesso accompagnato da un’interpretazione naturalistica della femminilità che potremmo definire positivista (ricordiamo che il positivismo è un indirizzo filosofico più volte preso di mira da Adorno). Scrive nell’aforisma 59: “il carattere femminile, e l’ideale di femminilità su cui si modella, sono prodotti della società maschile. […] Quello che i borghesi – nel loro accecamento ideologico – chiamano natura, non è che la cicatrice di una mutilazione sociale.” Caratteristiche femminili, ormai peraltro stereotipate,  come l’istintività, la corporeità e l’emotività sono nate da una semplice e pura oggettivazione; la glorificazione di questi caratteri implica l’umiliazione di chi li possiede. Neanche uno dei più grandi nemici della società borghese come fu Friedrich Nietzsche colse questi aspetti, anzi anch’egli commise lo stesso “fatale errore”.

Con queste brillanti considerazioni di Adorno chiudo la seconda parte della mia analisi. Bisogna sempre tenere a mente che il nostro autore di riferimento scrisse le pagine qui citate più di mezzo secolo fa, e la nostra società da allora è andata incontro a molti e rapidi cambiamenti. Certamente un’attenta lettrice può dare un parere più attendibile del mio circa l’attualità o l’anacronismo di queste righe. La terza ed ultima parte del mio lavoro sarà pubblicata settimana prossima e sarà incentrata su un unico personaggio: una certa principessa lucertola…

Marco Stucchi

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One thought on “La figura femminile nel pensiero di Adorno (Parte 2)

  1. Posso scrivere anch’io un aforisma? ” Per conoscere una persona devi camminare almeno quaranta giorni nei suoi mocassini!” Solo una donna conosce un’altra donna! Esempio di una riflessione utile agli uomini.

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