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25 marzo 1931:
Sul treno che da Chattanooga, in Tennessee, si dirige a Memphis, si trovano nove ragazzi neri, degli hobos – termine americano che indica i lavoratori migranti – in cerca di impiego negli anni della Grande depressione; viaggiano sullo stesso convoglio svariati altri uomini, bianchi.

Scoppia una rissa e sette bianchi vengono buttati giù dal treno nel tunnel che passa sotto Lookout Mountain, una grande collina sul confine nord della Georgia, sotto cui passa, appunto, la linea ferroviaria della Southern Railway.

Il treno venne fermato a Paint Rock, in Alabama, su ordine dello sceriffo che, raggruppato un gruppo di uomini, diede loro ordine di catturare ogni negro sul treno. I ragazzi vennero arrestati per colluttazione e condotti in carcere. Sulla strada per il carcere la posse incrociò due donne, che accusarono i nove teenagers di averle stuprate.

Nel Sud delle democratiche leggi di Jim Crow un uomo di colore, ancora prima di essere portato in tribunale, poteva essere linciato dalla folla, spesso con la connivenza delle autorità. Se ciò non accadde fu solo perchè il giorno dell’arresto venne inviata la Guardia Nazionale a proteggere le celle dalla folla che minacciava di entrare per farsi giustizia da sola e i ragazzi vennero scortati al processo da centodiciotto poliziotti armati.

Il primo processo:

Il processo iniziò a Scottsboro, in Alabama, in una fortissima aria di pubblica ostilità verso gli accusati.

I nove non avevano un difensore e alla richiesta della corte si fece avanti solo un avvocato sessantanovenne, che da svariati anni non esercitava più la professione, che venne affiancato da uno specializzato in processi riguardanti dispute su proprietà immobiliari. I due chiesero lo spostamento del processo in un altro tribunale, richiesta che venne respinta. I difensori non ebbero nemmeno il tempo per una indagine o un sopralluogo e neppure per dei colloqui approfonditi con gli accusati.

La corte decise di dividere il processo in sei giorni, il primo da riservarsi all’udienza generale, e gli altri cinque per esaminare, una coppia ogni giorno, gli imputati.

Le due accusatrici riportarono la loro testimonianza secondo la quale i nove, alcuni dei quali armati, le violentarono sotto la minaccia di sgozzarle, e perfino uccisero uno degli uomini con cui ebbero la rissa; i toni sarcastici con cui riportarono la loro testimonianza infiammarono la folla, che accolse i primi due verdetti di condanna a morte con applausi e urla.

Il processo, estremamente rapido, giunse alla condanna a morte di ognuno degli imputati, nonostante le prove mediche esprimessero parere contrario e forti prove contro l’accusa di stupro.

Il giorno 9 aprile 1931 vennero lette le sentenze e per il 10 luglio 1931 venne programmata l’esecuzione della condanna, che però non avvenne, per ordine della corte stessa, con un contrordine emesso solo settantadue ore prima.

Il trasferimento e la sequela di accuse:

Questo rinvio permise l’intervento dell’American Communist Party nella sue veste legale, l’International Labor Defense, e successivamente della National Association for the Advancement of Colored People, che offrirono un team di avvocati molto noti. Nel frattempo investigatori privati portarono alla luce dei dettagli sulla vita delle due donne bianche, che esercitavano prostituzione per tutto lo stato del Tennessee, e, fatto particolare, sia con bianchi che con neri.

Nei processi che seguirono – sia a Scottsboro che a Decatur, cittadina dell’Alabama in cui venne spostato il processo dopo la richiesta della difesa, nota alle cronache del tempo per l’alta percentuale di aderenti al Ku Klux Klan – la difesa venne affidata a Samuel Leibowitz, un avvocato ebreo, di origine romena ma residente a New York, chiamato dall’ACP nonostante fosse democrat, sia per allontanare le accuse di faziosità della difesa dei neri, sia perchè era noto alle cronache per aver vinto tutti i casi in cui avesse lavorato.

Leibowitz condusse una difesa agguerrita che mostrò sia la contraddittorietà tra le testimonianze delle due donne, sia delle testimonianze singolarmente prese. Il colpo di scena che avrebbe dovuto ribaltare il processo fu la confessione di una delle due, nella quale esplicò come l’accusa nei confronti dei giovani fu un modo per evitare di andare in prigione loro stesse.

Nonostante l’evidente innocenza dei nove, il verdetto fu simile al primo, con sette condannati al carcere, uno esclusone poichè minorenne e uno condannato a morte (Haywood Patterson).

Per Patterson si aprì un ennesimo processo, che lo condusse ad una condanna di settantacinque anni e lo rese il primo nero a non essere stato condannato a morte per uno stupro.

Conseguenze:

Gli otto trascorsero svariati anni in carcere, i maggiorenni nelle peggiori death rows degli Stati Uniti, mentre i minorenni ebbero un trattamento più blando; nonostante entro la metà degli anni cinquanta fossero liberi lo stato dell’Alabama non riconobbe mai la loro innocenza.

Tra gli anni settanta e i duemila divenne opinione comune, anche grazie alla mobilitazione civile che ebbe luogo per vari decenni, che il caso degli Scottsboro Boys fosse uno degli errori giudiziari più grandi della storia americana.

È di questi giorni la notizia dell’inizio della modifica delle leggi dello stato dell’Alabama che non permettono la grazia post mortem per gli accusati deceduti.

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