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Si dice spesso che la nostra è la società della comunicazione. Le notizie viaggiano rapidissime, possiamo comunicare in tempo reale e siamo informati dei fatti di mezzo mondo in maniera pressoché istantanea. Paradossalmente, però, non è altrettanto facile riuscire a formarsi una propria personale opinione sugli avvenimenti. Più che di aiuto, questa massa di informazioni sembra essere di disturbo. Siamo in overdose da notizie: ci focalizziamo esclusivamente sul presente e dimentichiamo il passato, ci indigniamo  ma non critichiamo.

E’ estremamente difficile, infatti, riuscire districare questa matassa di notizie e opinioni. Sentiamo tutto e il contrario di tutto e ci risulta estremamente difficile distinguere la pula dal grano buono. Proprio per questo vorrei elencare qui le più tipiche e diffuse fallacie logiche. Con questo termine si intendono quei ragionamenti che sembrano funzionare, ma che, se analizzati con maggiore attenzione, si rivelano erronei. 

Dal momento che lo studio delle fallacie va avanti dai tempi di Aristotele esistono diversi modi di catalogarle. Io seguirò la suddivisione in fallacie semantiche, formali, induttive, di presunzione e di pertinenza, ma altre sono più che possibili.

Partiamo dalle fallacie semantiche. Queste sono molto simpatiche: sono dovute a trabocchetti legati al significato dei termini e a fenomeni come quelli dell’ambiguità o del fraintendimento. Partiamo da un esempio: “Il vino è meglio di niente. Niente è meglio della salute. Il vino è meglio della salute“. Magari molti potrebbero trovare la conclusione perfettamente legittima, ma c’è in realtà qualcosa che non va in questa argomentazione. Sembrerebbe, a priva vista, un esempio come un altro della forma perfettamente valida “A è meglio di B. B è meglio di C. A è meglio di C“. In realtà si cela qui una fallacia semantica, dovuta al ruolo ambiguo che nell’argomentazione svolge il termine “niente“, utilizzato come se indicasse una cosa e non come un quantificatore. Se infatti proviamo a riscrivere diversamente le due premesse, ci salta subito all’occhio l’errore: “E’ meglio bere vino piuttosto che non bere nessuna bevanda. Nessuna cosa è meglio della salute”. Mai, da queste due asserzioni, ci verrebbe in mente di dedurre che il vino è meglio della salute. Si tratta, insomma, di un caso di fraintendimento nel significato di un termine.

Il secondo tipo è quello delle fallacie formali. Queste si hanno quando si ricorre a una regola di inferenza logica invalida. Ossia ad una forma argomentativa che ha esempi invalidi. Non basta però mostrare che un’argomentazione segue una tale forma; per dimostrarne l’invalidità è necessario mostrare anche l’invalidità dell’argomentazione stessa. Due casi classici sono le perversioni del modus ponens e del modus tollens, ossia la negazione dell’antecedente e l‘affermazione del conseguente. “Se Anna si romperà un piede non potrà pattinare domani. Anna non si romperà un piede. Anna potrà pattinare domani” è un esempio di negazione dell’antecedente: “Se P allora R. Non P. Non R”. Si tratta di una fallacia in quanto P è condizione sufficiente ma non necessaria affinché sia R. In altri termini: Anna potrebbe non poter pattinare benché il suo piede sia felicemente sano. Un altro caso è invece l’affermazione del conseguente. “Se James è italiano, è europeo. James è europeo. James è italiano” ma, evidentemente, James può tranquillamente essere inglese.

Le fallacie induttive riguardano invece quelle argomentazioni in cui la probabilità delle conseguenze, date le premesse, è molto bassa. Un esempio molto frequente è quello della generalizzazione indebita ossia quando si trae un’affermazione su un intera classe di oggetti a partire da poche informazioni su qualche componente. “Laura e Giovanni sono tirchi. Laura e Giovanni sono milanesi. I milanesi sono tirchi” è un evidente caso di generalizzazione indebita. Un’altra tipica fallacia induttiva è quella dell’analogia impropria: “L’Italia è un paese soleggiato. Anche la Svezia è un paese. Anche la Svezia è soleggiata”. La somiglianza fra A e B per x e y non determina la loro somiglianza per z. Un capolavoro di analogia impropria però resta questo:

Manifesto_Lega_Indiano

Le fallacie di presunzione riguardano invece quegli argomenti dove in realtà si presume già ciò che si vuole andare a dimostrare. La petitio principii è il caso più comune, si tratta di ragionamenti semplicemente circolari: “A quindi B. B quindi A”. “La Dell produce ottimi computer. Per questo può assumere le persone più competenti. Quindi produce ottimi computer”. In realtà si tratta di ragionamenti nei quali, se le premesse sono vere, la conclusione non può che essere vera. Semplicemente sono inutili al fine di dimostrare la verità della conclusione a partire dalle premesse. In poche parole: se la premessa è vera, allora la premessa è vera, ma questo ci serve a poco.

L’ultima categoria riguarda il vasto mondo delle fallacie di pertinenza. Sono quelle argomentazioni in cui dalle premesse non seguono le conclusioni proposte, per questo si dice che le premesse hanno una scarsa pertinenza. Le argomentazioni ad hominem sono un classico esempio di questo tipo. “Il partito x sostiene la legge z. Il partito x è pieno di farabutti. La legge z non va sostenuta”. In generale queste argomentazioni pretendono di confutare una tesi attaccando chi la propone anziché la tesi stessa. La fallacia dell’uomo di paglia si verifica invece quando per criticare la tesi x la si fa passare per un’altra molto meno plausibile: “Se tutto è relativo, non c’è nulla di vero. La relatività di Einstein dunque non può essere vera”.  L’elenco delle fallacie di pertinenza però è davvero lungo, mi limito a sottolineare le altre più frequenti: ad verecundiam (appello all’autorità) e ad ignorantiam (Non c’è motivo per credere A. Quindi non A.).

Sicuramente lo studio logico delle argomentazioni è molto freddo e, tutto sommato, un po’ distante da quelli che sono i reali meccanismi comunicativi. Sia nel parlato che nello scritto ragioniamo in un modo un po’ sporco e senza quella pulizia e quel rigore tipici della logica. Sarebbe molto ingenuo, a mio avviso, respingere del tutto una riflessione priva di una immediata chiarezza logica. Spesso inoltre, specialmente nel caso delle fallacie di pertinenza e di quelle induttive, il discrimine fra un’argomentazione valida ed una invalida è piuttosto labile. Altre volte, invece, l’analisi logica delle fallacie andrebbe inserita in un più ampio discorso filosofico. Per esempio, avrebbe poco senso tacciare un coerentista di circolarità, dato che proprio la circolarità è ciò che egli sostiene.

Tuttavia, se da un lato è fondamentale essere consapevoli dei limiti di questo tipo di analisi, credo che essa sia al contempo molto utile e proficua. Aver ben presente cos’è una buona argomentazione e cosa invece una triste fallacia logica è importante per muoversi con più consapevolezza nel nostro mondo. Si tratta quasi di una tecnica di autodifesa, di un filo d’Arianna che abbiamo per orientarci in quel labirinto di opinioni, notizie e idee in cui tutti i giorni viviamo.

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One thought on “Manuale di difesa dalle arti oscure

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