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Un uomo politico è necessariamente un uomo disonesto. Cominciamo da questa affermazione per porre una questione di non poco conto: se prendiamo la frase per vera, perché dovremmo andare a  creare e finanziare una classe politica per dirigere i nostri affari pubblici? Insomma, abbiamo bisogno dei cosiddetti politici di professione?

Possiamo accorgerci che una risposta negativa, se assolutizzata, porta con sé gravi conseguenze. Per evitare complicazioni sull’opinione, diamo per vera l’affermazione sopracitata, che non differisce tanto dal pensar comune che ci è attorno: l’uomo politico è necessariamente disonesto. Prima di tutto, disonesto verso chi?

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La prima onestà reclamata è quella verso il popolo che egli governa, o di cui governa il bene pubblico, a seconda degli ordinamenti. Non diamo infatti per scontato uno sfondo democratico-occidentale a questa riflessione, ma useremo il nostro sistema politico come esempio per sentirla un po’ più concreta. In che modo il politico può essere disonesto verso il popolo? Innanzitutto trasgredendo le promesse fatte agli elettori, direbbe qualcuno. È tuttavia da considerare anche un fattore di non poco conto: se le promesse fatte agli elettori (ad esempio in campagna elettorale) fossero o irrealizzabili per cause già note durante la campagna, per cause nate dopo il voto, o per mancate premesse che diano al politico la forza necessaria per adempire le promesse fatte e dunque renderle promesse oneste, il politico dovrebbe, in nome della coerenza verso l’elettore, essere costretto a presentare le dimissioni? Ci accorgiamo che tra queste tre ragioni è una sola quella che implichi una disonesta voluta dal politico. Se anche le due altre ragioni fossero reputabili come disoneste, si creerebbero non pochi problemi sul piano pratico: infatti questa ipotesi, sia nei costi nella pratica, risultò assurda ad un gruppo di uomini politici del secolo scorso, tutti parte di quell’organo che la storia italiana ricorda come Assemblea Costituente. Questa decise di introdurre nella nostra Costituzione l’assenza del vincolo di mandato del politico con l’elettore, pur ben sapendo di permettere al politico di fare promesse da marinaio durante la campagna elettorale.

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La seconda onestà che mettiamo in gioco è quella verso le istituzioni. L’istituzione non va infatti intesa soltanto come una bestia che soffoca, ma come lo strumento regolato attraverso il quale il popolo può esercitare la propria sovranità. Delegittimare i poteri delle diverse figure che compongono l’istituzione, o rifiutare le regole e implicazioni politiche che le regole determinano, vuol dire scindere quel legame fondamentale all’interno dello Stato: il legame popolo-istituzione. Così facendo il politico non solo ricade in una disonestà verso il popolo, ma produce con un danno ancora maggiore. E, se il politico non lo ricordasse, lui stesso, e tutti i suoi colleghi, con tutte le parti politiche a lui alleate o avverse, è membro di quell’istituzione che sta contribuendo ad abbattere.

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La terza disonestà è dunque quella conseguente a questo secondo genere. Il politico deve essere onesto verso sé stesso. Il politico deve sapere le necessità dei suoi elettori, quali sono i mezzi istituzionali di cui dispone per poterli conseguire e utilizzare tutti questi mezzi per ottenere l’obiettivo delle sue promesse. Diversamente, vorrebbe dire che il cosiddetto politico ha sbagliato mestiere. Voler ottenere i propri interessi tramite l’istituzione è disonesto in primis verso il proprio essere politico. Egli infatti antepone sé stesso alla polis e diventa un manovratore dell’istituzione. Altra disonestà è quella opposta, usare la volontà del popolo per giustificare la lotta contro l’istituzione. Un politico del genere, in ambito democratico, non è un politico, poiché usa l’opinione comune per abbattere i mezzi di cui l’opinione comune dispone per esprimersi. Sono due estremi opposti, ma molto attuali.

In conclusione, il politico deve custodire il suo sapersi politico, ossia agire per un bene comune tramite l’istituzione, e perciò conoscere quali siano le esigenze della gente e quali siano i mezzi che lo Stato fornisce a questo scopo. Per questo è bene affidarsi ad una classe politica che si formi sulle tecniche, le vie e gli umori di questo complesso sistema. È bene evitare improvvisazioni da parte di presunti ‘tecnici’ delle materie d’amministrazione specifiche, che ignorano completamente le conseguenze sulla gente, o di ‘salvatori della patria’, che sentono il bisogno di rivoluzionare da cima a fondo il sistema, senza conoscerne le ragioni e i caposaldi. Queste ed altre scorciatoie sono infatti in vista dell’abbattimento dello Stato, ossia dell’abbattimento di una qualsiasi sovranità, riconsegnandoci, secondo molte teorie, ad una condizione in cui il più forte domina sul più debole e simili.

Distinta disonestà e disonestà, ringraziamo dunque ogni tanto di avere dei politici disonesti.

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