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Prendendo ampiamente spunto da un paio di scritti di una delle menti più raffinate del secolo scorso, Theodor W. Adorno, questo articolo, diviso in tre parti pubblicate con cadenza settimanale, vuole  parlarvi di donne, di amore, di eros… sì insomma, di quelle cose là. Ispirandomi alle pagine scritte da un uomo, ed essendo io un ragazzo, inevitabilmente il tema sarà trattato in un’ottica maschile, ma sono convinto che sia possibile giungere a conclusioni interessanti e condivisibili.

Questo nostro viaggio affonda le sue radici nel celebre mito di Odisseo, dove incontriamo un primo personaggio significativo: la maga Circe. La bellissima donna, nel suo lussuoso palazzo sull’isola di Eèa, attira con l’inganno gli uomini ingenui che si lasciano trasportare dal desiderio di un’immediata soddisfazione degli istinti, e li trasforma magicamente in maiali. Una figura fortemente erotica e sensuale che però Adorno descrive come “un simbolo enigmatico di irresistibilità e impotenza”. Perché parlare di impotenza? Già in Circe è in realtà presente un elemento di freddezza tipico della cosiddetta donna civetta: ella è disposta a concedersi, anima e corpo, solo a colui che resisterà al suo fascino.  Circe è abituata a trattare gli uomini come schiavi e non le passa neanche un secondo per la testa di unirsi con dei porci, in senso letterale, di infimo livello; ma non appena trova l’uomo che non cede facilmente alle sue grazie, eccola abbandonarsi a una virulenta passione amorosa. Colui che le resiste è ovviamente il “divino Laerzìade, astuto Odisseo”, impegnato, stando all’analisi condotta da Adorno in Dialettica dell’illuminismo, in un cammino di limitazione delle mitiche forze naturali e di autolimitazione di sé, che lo porterà poi ad incarnare il primo prototipo di eroe borghese. La promessa di illimitato piacere, rappresentata dal letto di Circe, viene infatti umiliata da Odisseo; l’offerta viene declinata affinché l’eroe possa preservare la sua individualità. Vedremo poi quanto questa rinuncia verrà pagata a caro prezzo, non solo da ciò che rappresenta la bella maga, ma anche dall’eroe di Itaca.

A proposito di Itaca, pensate forse sia stato l’amore per la cara moglie Penelope a trattenere Ulisse dal cadere in tentazione sull’isola di Eèa? Adorno non è affatto di quest’idea. Basta leggere l’episodio dell’atteso incontro tra Odisseo e la moglie nel ventitreesimo libro dell’Odissea: qui Penelope non accenna ad alcun moto spontaneo di affetto, anzi squadra diffidente il marito tornato da un lunghissimo viaggio, tant’è che il figlio Telemaco rimprovera la madre di tale apatia: “Madre mia dal cuore insensibile, perché resti lontana dal padre […] sempre il tuo cuore è più duro del sasso.” Non che Ulisse sia più affettuoso; per la verità l’eroe greco, poco prima di ritrovare sua moglie, si era appena macchiato del sangue di alcune giovani ancelle, uccise in maniera brutale per suo ordine. Sono ormai lontani i tempi innocenti, se mai ce ne sono stati. Il matrimonio è diventato, rimanendo tale anche nella società odierna, uno scambio contrattualmente garantito, ed il filosofo francofortese non manca di denunciare questo fatto, anche diversi anni più tardi nei Minima moralia (aforisma 10); critica che sarà fatta propria anche da Bertold Brecht, il quale in Me-Ti. Il libro delle svolte scrive che nel nostro mondo è immorale tanto l’adulterio quanto il matrimonio. Il contegno che esige la freddezza borghese, scrive Adorno, “mette in pratica il divieto dell’amore”, del resto “nel mondo dello scambio ha torto chi dà di più; ma chi ama è sempre chi più ama”. È implicita in queste righe una critica alla società borghese e capitalista che Adorno coltivava già nei primi anni trenta, quando era un appassionato lettore di Lukàcs, Bloch e Kracauer.

È dunque possibile giungere ad una prima conclusione: se nel mondo governato dallo scambio e dal profitto, ci rimette sempre chi dà più di quanto riceva, allora l’amore, che nella sua più utopica definizione dovrebbe essere un disinteressato e gratuito slancio di profondo affetto, non trova più spazio e bisognerebbe almeno avere l’onestà di celebrarne il funerale, invece di continuare a mascherarlo con malriuscite parodie. Sopprimo sul nascere questo discorso; tale critica potrebbe portarmi pericolosamente vicino all’esasperato pessimismo di Arthur Schopenhauer e abbondantemente lontano dal nostro tema, e immagino che qualcuno debole di stomaco potrebbe trovare ciò assai stucchevole.

Un dubbio però prende forma nella mia testa, un enigma che mi invita a riportavi alla mente un altro celebre episodio dell’Odissea: l’incontro  con le Sirene. Si tratta di mostruose creature ammaliatrici che attirano i navigatori con il loro splendido canto per poi ucciderli; in età medievale non a caso le Sirene vennero rappresentate come donne nude con la metà inferiore del corpo da pesce, creature dotate di grande fascino ma infide ingannatrici. Tutti sappiamo com’è andata a finire: Ulisse tura con la cera le orecchie dei compagni e si fa legare all’albero maestro, in modo da poter ascoltare il canto delle Sirene senza correre il rischio di subire danni. Adorno dedica diverse pagine a questo episodio e lo rilegge sotto una nuova luce: l’eroe greco non sfida direttamente le temibili potenze arcaiche, troppo forti per lui, anzi si abbandona ad esse, ma le inganna con la sua proverbiale astuzia, conquistando con quest’auto-repressione la conservazione di sé, della propria persona. Leggendo queste pagine di Dialettica dell’illuminismo, non posso fare a meno di percepire un tono vicino al rimprovero da parte di Adorno nei confronti di Odisseo. “Dall’incontro felicemente mancato di Odisseo con le Sirene tutti i canti sono feriti, e tutta la musica occidentale soffre del canto nella civiltà […].” Ora però io mi chiedo: come diavolo si sarebbe dovuto comportare questo pover’uomo? Avrebbe forse dovuto cedere alle lusinghe di Circe e venir trasformato in un maiale? Oppure sarebbe stato più politically correct non ingannare le Sirene, abbandonarsi ad esse, ed annegare tra le impetuose onde vicino al golfo di Napoli? Si potrebbe prendere in considerazione una possibile soluzione a tale paradosso, che Adorno presenta in un’altra opera; tuttavia mi pare che la questione sia semplicemente riducibile a una lotta tra la vita e la morte. Adempiere alla promessa di felicità e di illimitato piacere rappresentata dal canto ammaliatore e dalle grazie di Circe, significa rinunciare a sé, alla propria autonomia, significa spersonalizzarsi (i marinai trasformati in maiali) ed annegare in un mare in burrasca (gli stessi uomini attratti dalle Sirene). Personalmente non me la sento proprio di biasimare Odisseo per le sue scelte, le quali tuttavia hanno recato al piacere, all’amore, alla felicità, all’Altro una ferita che non si cicatrizzerà mai più.

La situazione in sé richiedeva che qualcosa dovesse venir sacrificato: o la felicità, il cui conseguimento, ricordiamo, avrebbe comportato la distruzione di sé, o la propria libertà. Libertà che tuttavia per Adorno è assai limitata, dal momento che è sempre presente il rischio che le minacciose forze mitiche del passato si ripresentino con violenza nel nostro presente. È proprio questo che è successo nel secolo scorso, con l’avvento del nazismo e del fascismo; ma questa è tutta un’altra storia. La seconda parte del mio scritto si prefigge lo scopo di mantenere come tema principale l’immagine della donna nel pensiero di Adorno, andando ad analizzare questa volta personaggi non più tratti dal mito, ma dalla società contemporanea. Discuteremo dunque di personaggi che possiamo incontrare nella nostra vita quotidiana, anche se fortunatamente non troppo spesso.

Marco Stucchi

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