Home

“Maledetta pioggia, sono le 5 e non ho ancora chiuso occhio, tic tic tac, sempre a battere sui vetri e quando uno ci si è abituato SBARADAAAM: un tuono! Maledetta anche questa sedia, il dottore aveva detto che sarebbe stata cosa di poco tempo e invece mio padre non è ancora morto. No pa’ non è che mi dispiaccia vederti ancora respirare, ma se mi avessero detto “ Vi saluta domani mattina” avrei portato di qua un letto e invece no, perché quando uno muore chi gli sta vicino non si preoccupa di stare comodo, e così la mattina dopo è tutto un dolore e si preoccupa più della sua schiena che del futuro defunto. Ma tu non mi senti, ti sei addormentato, finalmente. Tu sei tranquillo come se avessi tanti anni davanti e io sono qui che mi rodo il fegato. Ma perché non hai voluto farti portare in ospedale? Perché? Ti avevano detto che lì, forse, con un po’ di fortuna e un operazione l’avrebbero rimesso in sesto, che certo la vita non sarebbe più stata esattamente come prima, ma che almeno altri 5 anni, se tutto andava bene, te li potevi godere. Ma tu, niente. Noi insistevamo: dai papà i medici hanno detto che ce la possono fare, dai papà non ci lasciare, dai che ti vogliamo bene. Abbiamo anche gridato per convincerti. Tutto quello che ci sapevi rispondere, con un’angosciante tranquillità, era: “Vi ringrazio, ma in ospedale non vado”. Non una parola di più. Tu che eri sempre sorridente, tu che come qualcuno era agitato o incazzato gli dicevi: “Su col morale che la vita è bella” Proprio tu te ne vai come se la vita ti facesse schifo, senza neanche provare a lottare anzi facendo di tutto per crepare il prima possibile! Non è possibile papà, hai capito non è possibile non te ne puoi andare così, lasciarci soli come se fosse a cosa ‘e niente una sciocchezza. La vita non è un gioco, ma tu ti alzi e te ne vai come quando avevi finito una partita a scacchi: con un sorriso. Ecco forse questa è una spiegazione, sì tu hai giocato alla vita fin che ti è stato possibile e ora che non ne sei più capace scappi. Scappi come hai sempre fatto…”
“Cosa avrei dovuto fare, secondo te?”
“Mi hai sentito?”
“Evidentemente, ma dimmi, secondo te cosa avrei dovuto fare?”
“Farti operare? Passare con noi il tempo che ti restava da vivere, per esempio?”
“Infatti sono qui, ma non è quello che intendevi, credo.”
“No…”
“Un giorno, anni fa, ti ho regalato un libro, tu stavi per iscriverti a ingegneria, probabilmente non ti ricordi neanche quale fosse… pazienza, erano le “Lettere a Lucilio”, Seneca. Quel libro mi è stato maestro, sotto sotto speravo ti convincesse a cambiare facoltà.”
“E questo che centra?”
“Centra, centra, sono vecchio permettimi il tempo dei ricordi… Se avessi letto quel libro forse… avresti qualcuna delle risposte che…”
“PAPÁ! PAPÁ! PAPÁ!”

Da allora è passata una settimana, con il medico legale, le pompe funebri, la scelta del loculo e della foto, i funerali, le infinite condoglianze. Le ultime parole di mio padre erano lì fisse, mute e fredde. Un rimprovero, mi aveva salutato con un rimprovero, ma la sua voce, nonostante tutto, era dolce e calda, roca ma affettuosa. Ieri ho ritrovato il suo libro, quello che mi aveva regalato per i diciotto anni, mi ero dimenticato della dedica: “Caro Andrea, a un giovane le riflessioni di un vecchio saggio passato di moda e queste poche righe per augurarti con tutto il cuore di affrontare con spirito lieto la vita, con le sue gioie e i suoi dolori. Papà.” Con le lacrime agli occhi ho iniziato a leggere, poco a poco ho capito e ho ricordato. Mio padre amò sempre la filosofia e la letteratura. Seneca, Mimnermo e Leopardi erano i suoi preferiti. Amava gli scrittori del tempo che passava, della futilità dell’uomo, la sua massima era: non importa quanto vivi l’importante è che tu sia felice nella tua esistenza. Per quanto fossero pessimisti i suoi autori certo non si lasciava scoraggiare. Era convinto di poter essere vivo e felice e di poterlo essere solo se lo erano anche gli altri. Era stato coerente alla sua fede di amore per l’uomo e priva di Dio, fino all’ultimo. Si era reso conto di essere ormai vecchio, che lo spirito creativo animava la sua arte era un antico ricordo, che non avrebbe potuto che ripetere sempre lo stesso discorso senza avere più la forza di trovare nuove parole ma solo consumando per l’eccessiva ripetizione le vecchie. Erano anni ormai che dalle sue labbra non usciva un pensiero originale, doveva essersene accorto. Doveva essersi accordo che rischiava ogni giorno di più di fare la fine di sua madre che aveva resistito fino a 98 anni. Ma di una resistenza si era trattato, gli ultimi anni allettata, imboccata, con i nipoti che le facevano le smorfie per strapparle un sorriso… La amavamo molto, la nonnina. Lei probabilmente se ne era andata felice, ma aveva ritrovato un po’ di serenità solo negli ultimi mesi quando alcune gentili pasticche ne avevano calmato il carattere. Papà non avrebbe mai sopportato psicofarmaci, non avrebbe mai sopportato l’essere trattato come un bambino, non avrebbe mai sopportato l’oblio di sé e dei cari a cui costringe la vecchiaia. Non aveva voluto una vita comoda, ma non voleva con la sua presenza vuota complicare e riempire quella degli altri. Era abbastanza soddisfatto della sua vita da non esserne attaccato.

Annunci

One thought on “Maledetta pioggia e incomprensibile papà

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...