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Una delle più grandi invenzioni del ventunesimo secolo è sicuramente quella dei videogiochi, “un gioco il cui funzionamento è gestito automaticamente da un dispositivo elettronico che utilizza un’interfaccia uomo-macchina e uno schermo come sistema di output come ci insegna quella miniera di informazioni che è Wikipedia. In poche parole ci si mette davanti ad uno schermo, si accende una console e si viene trasportati in un mondo virtuale in cui diventa possibile fare ciò che normalmente è impensabile. Sono talmente tante le cose che si possono fare che i generi di videogiochi sono tra i più diversi e con il progredire delle tecnologie sono aumentate ovviamente anche le possibilità per i videogiocatori. Uno dei generi più gettonati fin dalle origini è però sicuramente quello denominato “sparatutto” in cui “l’azione predominante è sparare con diverse tipologie di armi ai nemici che infestano i livelli di gioco” (ringraziamo sempre Wikipedia). Componente fondamentale quindi di questi tipi di videogiochi è l’uccidere i nemici, e quindi “scatenare” la violenza seguendo il motto “Se ti uccido, vinco e sopravvivo”. I nemici cambiano a seconda dell’ambientazione in cui si svolge l’azione di gioco (creature fantastiche, ipotetiche razze aliene, altri esseri umani). Di particolare successo sono poi in quest’ultimo periodo le simulazioni di guerra, in cui si impersona un soldato impegnato in battaglie storiche realmente accadute (in genere della I o della II guerra mondiale) o in ipotetiche guerre del futuro.

L’invenzione di questo tipo di videogiochi è stata, anche questa volta, degli Americani, che utilizzavano i “War Games” come vere e proprie simulazioni di guerra per far superare ai soldati in addestramento il naturale blocco (ammesso che esso esista) che ci impedisce di uccidere un altro essere umano. Dagli anni ’70 in poi questa pratica è stata regolarmente utilizzata dall’esercito americano anche per simulare e prevedere gli effetti di azioni militari in determinate situazioni e condizioni. Con l’avvento delle industrie di videogiochi la simulazione di guerra è entrata nelle case di milioni di videogiocatori per poi, con la terza generazione di console, approdare anche su internet. On-line si possono organizzare vere e proprie “battaglie” a cui possono partecipare persone da tutto il mondo, in un grande scontro di “tutti contro tutti” in cui vince l’ultimo che rimane in “vita”. Ovviamente il tutto è un gioco, nessuno lo mette in dubbio. C’è chi però non ne è così sicuro, ma che anzi è convito che questo tipo di videogiochi istighi alla violenza e sia in qualche maniera “pericoloso” per chi vi gioca.

Alcuni studi scientifici di università americane hanno effettivamente dimostrato che l’utilizzo assiduo di questi tipi di giochi ha effetti negativi sulla psiche dei giocatori (aumento dell’aggressività e delle reazioni violente) e che un utilizzo prolungato può portare a disturbi della personalità e ad improvvisi raptus violenti. Il tema in America è molto attuale, soprattutto a seguito delle numerosi stragi compiute da teen-ager negli ultimi anni, ed è legato anche alle discussioni sul possesso di armi da fuoco. Il problema credo che sia capire come regolamentare l’utilizzo di questi tipi di videogiochi da parte di chi potrebbe subire maggiori danni utilizzando questo tipo di tecnologie.

Dal 2003 è in vigore in tutta Europa il sistema PEGI (Pan European Game Information) che permette la classificazione di tutti i videogiochi indicando per quale fascia d’età sono adatti in base hai contenuti presenti all’interno del prodotto (qui potete trovare tutte le informazioni e i simboli del sistema). Ma, come tutti i videogiocatori sanno (io compreso) il sistema è ovviamente soltanto adattato formalmente e non restringe in alcun modo la vendita dei videogiochi violenti, che possono quindi essere comprati da persone di ogni età. Chi non ha mai comprato un videogame di grande successo anche se sulla scatola (a dir la verità scritto in basso e piccolo, ma questa in genere come scusa non funziona) c’era scritto un bel “18+” in rosso?

Una soluzione più restrittiva al problema potrebbe essere quella di imporre per legge la vendita dei videogame violenti solo a persone che dimostrano di essere maggiorenni, ma cosa impedirebbe comunque ad un figlio di mandare il suo bravo “paparino” a comprarglielo? Come si suol dire (la sapienza popolare sbaglia raramente) “fatta la legge, trovato l’inganno”. Che fare dunque? Cancellare del tutto questo tipo di prodotti? Sappiamo tutti che ormai è impossibile, il business è troppo grande. Vi lascio pensare mentre mi distraggo un attimo, faccio una partita e ammazzo un po’ di gente sul mio computer, così mi “sfogo”. Tanto è solo un videogame.

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3 thoughts on “Quando la violenza diventa un gioco

  1. allora, dal momento che stai trattando di un argomento alquanto delicato come quello dei videogiochi, sarebbe bene parlarne in modo più approfondito e meno generalista. perchè quello che ho letto è l’ennesimo articolo inutile in materia. e sottolineo oltre all’inutile anche il dannoso. perchè mai?
    la risposta è alquanto semplice: parli di videogiochi, nel particolare quelli violenti limitandoti a citazioni da wikipedia, studi americani senza riportare le fonti e una blanda e piatta considerazione su quanto il pegi ci sia e non venga rispettato.
    allora, è dal lontano 1996 che sono nel mondo videoludico e ne ho viste davvero tante da allora. quello che tu liquidi banalmente in questo articoletto troppo corto e poco sviluppato andrebbe analizzato in maniera decisamente più profonda. perchè qua riduci il videogioco a un banale strumento per occupare il tempo, spesso colmo di violenza. quello di cui stai parlando è una vera e propria forma d’arte così come è il cinema o la pittura o la letteratura. si dovrebbe dunque fare lo stesso discorso per un film di guerra come il celebre salvate il soldato ryan dove vediamo persone venire uccise, esplodere in una nuvola di sangue, perdere arti o vedere il proprio cervello esser portato via da una pallottola. stesso discorso per tutti i libri di guerra, qualunque cosa che racconti una storia colma di violenza rievoca nel lettore le immagini crude e dure che la guerra porta. o nel caso della pittura queste immagini ce le ritroviamo davanti, pronte a essere contemplate. la differenza tra le quattro cose sta sostanzialmente che due di queste sono state presenti nella società da almeno un millennio e l’altra da un secolo, quindi sono medium ben che digeriti. ciò che è nuovo è appunto il videogioco che tratta stessi argomenti di film e libri ma con una sostanziale differenza: è interattivo. mettiamola così, dentro un videogioco vengono combinate filmografia, scrittura e pittura assieme alla possibilità di muoversi liberamente in un mondo. ed essendo tutto questo realizzato al computer le possibilità sono infinite quindi si può spaziare dai banali giochi di calcio, rally, F1, fantasy ambientati su altri mondi o universi paralleli, guerra, c’è di tutto. dal momento però che si sta parlando di videogiochi violenti concentriamoci sull’argomento. di tutto l’articolo che hai scritto bene o male per uno come me è un dura da digerire qualcosa trattato in modo così banale. ma ciò che digerisco meno è che oltre al generalizzare riporti risultati di studi senza citare una benchè minima fonte. è certamente vero che ci sono studi che dimostrano in ALCUNI (e sottolineiamo alcuni) casi che c’è un aumento dell’aggressività ma dimentichi che ce ne sono altri che provano il contrario. mai sentito parlare di correlazione tra riduzione dei crimini e aumento dei videogiocatori adolescenti?
    c’è chi sostiene la teoria che i videogiochi, quelli violenti specialmente, sono un ottimo deterrente per gli adolescenti per tenersi lontano dalla strada, droghe o dai guai in generale, oltre che a essere una valvola di sfogo. chi invece sostiene il contrario, cioè che causano comportamenti aggressivi e addirittura innescano i classici raptus omicidi. e ci sono poi quelli che sostengono abbiano dei benefici alla salute. come per esempio chi gioca a giochi d’azione (quindi in genere sparatutto) ha dei ritorni benefici a livello visivo e nella velocità di valutazione di un problema.
    (http://www.rochester.edu/news/show.php?id=2764)
    questa è solo una delle tante ricerche che vengono fatte. e a riguardo non esiste ancora un verdetto unanime dato che i dati a disposizione finora non sono mai concordanti.
    dunque se mi devi parlare di videogiochi non ridurre l’argomento a un articoletto denigratorio passatempo, anzi sarebbe bene fare le dovute considerazioni con il dovuto grado di approfondimento. quindi bollare la cosa come “malvagia” o “cattiva” riportando solo un briciolo minuscolo degli studi fatti a riguardo è una mossa davvero stupida. perchè un qualsiasi giornalista o chiunque scriva articoli in genere, se vuole dimostrarsi serio non fa vedere solo una faccia della medaglia, ma le mostra entrambe.
    obiettività è sinonimo di serietà in questo campo e devo dire che non ne hai dimostrata affatto. ma me ne sono accorto io che dell’argomento ho certe conoscenze che il lettore medio generalmente non ha. chiunque altro veda la cosa da fuori senza aver mai approfondito prende come oro colato quello che viene detto. in conclusione: se parli di qualcosa, faresti bene a fare tutte le considerazioni, non solo quelle che ti va di fare a te.

  2. Gentile Mattia, leggo con piacere il tuo commento e mi permetto di risponderti brevemente a punti.

    1 – Sono un videogiocatore dal 1999, (ho appena tre anni in meno d’esperienza rispetto a te) e conservo con cura e gelosia tutti i videogames in mio possesso, la maggior parte dei quali, ovviamente, sono “violenti”. Dici bene quando parli dei videogiochi come una forme di arte, sono completamente d’accordo con te. Specialmente negli ultimi anni alcuni sono dei veri capolavori.
    2 – Per fortuna non sono ancora un giornalista, ma sono semplicemente uno che ha voglia di scrivere alcuni dei suoi pensieri su questo blog (che è nato proprio per questo motivo), senza alcuna pretesa di verità. Il mio è proprio un “articoletto denigratorio passatempo” come tu lo definisci e voleva semplicemente mostrare un lato della medaglia (senza alcuna obiettività) lasciando libero spazio alle considerazioni degli altri!
    3 – Ho ricevuto sia critiche che complimenti da “lettori medi” come li definisci tu, che sicuramente non hanno preso (per fortuna) come “oro colato” ciò che ho scritto, dimostrando che non serve una conoscenza elevata per poter discutere di questi argomenti.
    4 – Come per tutte le cose anche in questo caso esistono opinioni contrapposte sull’influenza o meno che possa avere un videogioco sulla violenza negli adolescenti. Non ho riportato le fonti degli studi perché non credo che al “lettore medio” interessino. Mi fa piacere leggere che essi possono anche avere effetti positivi, come testimonia lo studio da te riportato.

    Grazie comunque per il tuo commento, proprio perché il nostro è un blog per “scrivere, condividere opinioni, socializzare idee” come dice il nostro motto.

  3. Mattia fidati, i videogiochi non sono un tema ‘alquanto delicato’. Eppure hai accennato ad argomenti seri e complessi quali l’arte e la violenza. Sai qual’è il problema? Che li hai trattati con la superficialità di cui hai accusato l’autore dell’articolo qua sopra!
    Che poi abusare dei videogiochi (basta poco a mio parere) è immorale.

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