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Tra le date da segnare nei libri di storia, il 20 marzo 2013 è stato dichiarata dal segretario delle Nazioni Unite Ban-Ki Moon la prima Giornata Internazionale della Felicità, mentre l’11 marzo 2013 è il giorno del cosiddetto “Golpe bianco” ungherese, il ricordo del quale suscita molta meno gioia rispetto alla prima ricorrenza menzionata. Il Parlamento di Budapest ha infatti approvato la settimana scorsa un pacchetto di emendamenti costituzionali, che spaventano il Consiglio d’Europa e l’Unione Europea, di cui l’Ungheria fa parte dal 2004. Infatti, queste modifiche sono lesive di diritti e libertà fondamentali e contribuiscono al tramonto della democrazia in questo paese. La Corte Costituzionale potrà formulare sentenze riguardo ai cambiamenti della Costituzione solo da un punto di vista formale, e non dei contenuti, perdendo molta della sua importanza ed efficacia nella tutela delle garanzie democratiche. La libertà d’espressione e di opinione sarà limitata se ritenuta lesiva della “dignità della nazione ungherese”, concetto non meglio definito. Gli studenti che volessero ottenere aiuti e sovvenzioni statali per la continuazione degli studi universitari si dovranno impegnare a restare in Ungheria dopo il conseguimento della laurea, per un tempo stabilito, in alcuni casi fino a dieci anni. D’altronde sarà loro proibito traferirsi all’estero in quel lasso di tempo per cercare un’occupazione che soddisfi maggiormente le loro aspirazioni. Il vagabondaggio sarà perseguito per legge: i senzatetto verranno arrestati e andranno in contro a sanzioni penali. I dibattiti elettorali precedenti alle elezioni saranno vietati nelle ultime televisioni indipendenti, quelle private: sarà MTV (Magyar Televìzìo) ad averne il monopolio. La nuova Costituzione non è solo liberticida, ma anche molto indietro con i tempi e le trasformazioni che ultimamente persino la Città del Vaticano si accinge a intraprendere. Non avranno la definizione di famiglia, infatti, le coppie non sposate, senza figli o omosessuali: ciò significa che non saranno tutelati molti diritti che dovrebbero invece essere considerati inalienabili nei loro confronti. “Last but not least”, il vecchio partito comunista, da cui è scaturito il Partito socialista come in molti altri paesi europei nel decennio successivo la caduta del Muro di Berlino, è stato dichiarato “organizzazione criminale”. Diventano così possibili i processi contro le opposizioni politiche.

Non a torto, perciò, questo è stato chiamato un “golpe bianco”, un attentato alla democrazia compiuto dalle stesse istituzioni legittimamente elette. L’impressione è che, attraverso queste misure autoritarie, il premier ungherese Orbàn voglia ridare importanza e lustro ad un paese fortemente connotato dalla nazionalità magiara, facendo di questa il cardine del nuovo prestigio agli occhi del mondo. Fidesz, il partito alla maggioranza, ha modificato la Costituzione nell’ottica di un restauro della stirpe ungherese, negando i diritti addirittura alle coppie che non hanno figli, e tutelandosi dagli attacchi delle opposizioni cercando di metterle poco a poco fuorilegge.  Quest’orgoglio nazionale non deve sorprendere, viste le vicissitudini storiche vissute da questo popolo. Diversi per origine e per lingua dalle popolazioni confinanti – il ceppo infatti non è indoeuropeo, ma rientra nella famiglia linguistica ugro-finnica -, gli ungheresi, trovandosi al centro della Mitteleuropa, sono stati da sempre assoggettati e il loro territorio invaso e devastato: Mongoli, Turchi Ottomani, Austriaci (solo nel 1867 l’impero diventerà Austro-Ungarico, e le due potenze assumeranno ufficialmente eguale importanza), Romeni. Con il Trattato di Trianon, alla fine della Prima Guerra Mondiale, la Transilvania, la loro regione più ricca, viene inclusa nella Romania e molte altre perdite territoriali costringono oltre un terzo della popolazione nativa ungherese a vivere fuori dai confini nazionali. La sconfitta alla fine della Seconda Guerra Mondiale, dal momento che si era alleata con la Germania nazista, e la successiva inclusione nell’Unione Sovietica hanno peggiorato ulteriormente l’abbruttimento di questo popolo. Il desiderio di rivalsa viene fatto trasparire attraverso un ardente nazionalismo, che si manifesta, a mio parere, anche con queste virate autoritarie da parte delle Istituzioni.

Nonostante l’Ungheria sia entrata nell’Unione Europea dal 2004 e da allora sia stata uno dei paesi protagonisti delle migliori performances economiche del vecchio blocco orientale, non solo i sentimenti antieuropei sono oltremodo diffusi tra la popolazione civile, ma proprio su questi Fidesz fa leva per allargare il suo consenso, facendo dell’Europa il capro espiatorio di tutte le colpe dei malgoverni fino ad adesso. Dalle istituzioni europee sono già state minacciate sanzioni: la loro preoccupazione nel confronti del comportamento di Orbàn è evidente. Ciò che più inquieta, però, è la mancanza di una reazione visibile e di una certa entità da parte della stessa popolazione magiara. Le testate giornalistiche hanno parlato di qualche manifestazione, per lo più molto timida, a Budapest: i numeri riportati erano dai 4000 ai 10.000 partecipanti. Considerando che le cifre in questione sono spesso gonfiate dai giornalisti, sorprende la poca partecipazione, soprattutto quella dei giovani, di fronte a soprusi del genere da parte del governo. Da personali constatazioni, ho potuto percepire lo scarsissimo interesse da parte della maggioranza degli studenti ungheresi nei confronti della politica. Sentimento diffuso, anche in Italia, negli ultimi anni. Tuttavia, oltre ad una indifferenza – o, nel migliore dei casi, rassegnazione – generale, si ha l’impressione che sia radicata una complicità molto pericolosa tra Fidesz e la popolazione, nutrita di ricatti populistici e farcita di rivendicazioni di orgoglio nazionale.

E’ necessario, perciò, non solo che l’Europa effettivamente sanzioni Fidesz e Orbàn, per la svolta autoritaria e liberticida in atto, ma che si crei una pressione internazionale anche da parte di Organizzazioni Non Governative, per esempio, che attuino politiche di sensibilizzazione dei giovani sull’importanza della tutela dei diritti e delle libertà inviolabili dell’uomo. Nel mondo di oggi, fondare l’importanza e il prestigio di uno stato soltanto sull’orgoglio nazionalistico del suo popolo è anacronistico e irragionevole, visto quanto è già successo nel secolo scorso.

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