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Talent-show1

Da qualche settimana un nuovo talent-show è comparso sui nostri schermi televisivi. Questa volta il “format” si propone di ricercare la voce più particolare fra tutte quelle che si presenteranno al concorso. L’idea interessante questa volta è che il concorrente, partecipando all’audizione per entrare nel programma, esegue il suo brano mentre i quattro giudici gli danno le spalle, in modo da poter giudicare solo la sua prestazione e la particolarità della sua voce, tralasciando gli altri elementi di contorno (come la capacità di saper suonare uno strumento, il look, etc.). Guardando di sfuggita questo programma, dopo aver notato la qualità sia dei concorrenti (alcuni hanno una voce veramente pazzesca e molto particolare!) che dei giudici (tutti nomi altisonanti della musica italiana, due su tutti Riccardo Cocciante e Piero Pelù), mi sono domandato come abbiano fatto i talent-show a divenire così importanti nel panorama musicale mondiale.

I primi talent-show televisivi iniziano ad essere trasmessi nei primi anni 2000 nel Regno Unito, per poi diffondersi prima negli Stati Uniti e poi in tutta Europa, arrivando in breve tempo anche nel nostro Bel Paese (anche se a ben vedere qualcosa di simile da noi già si faceva negli anni ’60, ma con modalità ben diverse). La formula, anche se con qualche variazione da programma a programma, è molto semplice: si ricercano dei talenti musicali che vengono prima selezionati e poi “affidati”, per proseguire il loro percorso durante lo show, ad artisti già molto famosi o che hanno precedentemente partecipato ad un’edizione del programma (in genere vincendola). Le audizioni per essere selezionati sembrano dei grandi raduni, con attese interminabili, file enormi che vedono la partecipazione di moltissime persone delle età più diverse, delle più diverse storie e professioni e che provengono a volte anche da altri paesi del mondo (una specie di “Woodstock del nuovo millennio”). Tutti riuniti con un solo obiettivo: dimostrare il proprio talento e poter ottenere il successo nel mondo musicale (in genere il premio per il vincitore del programma è un contratto discografico).

Il sistema sembra ormai ben collaudato, ed in meno di dieci anni i talent-show hanno letteralmente spopolato, diventando uno dei tipi di trasmissione televisiva più seguiti (per la gioia dei loro produttori e dei network che li ospitano) ed uno dei più potenti mezzi di promozione musicale. Proprio l’industria musicale deve moltissimo ai talent che hanno già “sfornato” un buon numero di artisti (ne cito solo alcuni: Leona Lewis, Rebecca Ferguson, i super acclamati One Direction, Olly Murs e poi Emma Marrone, Marco Mengoni e Noemi in Italia). Quello su cui io vorrei riflettere e porre l’accento, non è la qualità dei talenti che vengono scoperti nei programmi (discussione oggi molto frequente e diventata ormai “argomento da bar”. Ribadisco, inoltre, che in alcuni casi secondo me la qualità è molto elevata), ma la modalità con cui si scoprono. Il talent-show sembra ormai essere diventato “la soluzione finale” per molte persone che hanno una grande passione per la musica e sono anche (ovviamente) molto dotati per il canto, ma che non riuscendo a trovare un modo per diventare “famosi” decidono di provare questa via. Se ci riescono, ottengono una grande visibilità pubblica e l’aiuto ed i consigli di chi nella musica e con la musica lavora da anni. Tutti questi elementi portano in genere al successo in poche settimane e alla pubblicazione del primo disco dell’artista. E l’anno successivo il trend ricomincia per una nuova edizione del programma (se la precedente ha avuto successo).

Il problema a me sembra proprio questa finale mercificazione della musica: non si decide più di fare il cantante o il musicista per passione, perché la musica ti fa stare bene e ti permette di esprimere ciò che veramente senti dentro. Il messaggio che passa è che l’obiettivo finale sia solo il successo. La musica si trasforma così in semplice prodotto televisivo, che può sì arrivare a comunicare emozioni a molte più persone, ma il rischio di una caduta di qualità è questa volta davvero dietro l’angolo. Non credo ormai che sia più possibile pensare ad un modo diverso per esprimere il proprio talento musicale e venire conosciuti a livello internazionale, e questo credo che sia un grosso problema. Il fatto poi che le case discografiche puntino su questi show conferma come l’interesse sia più sul prodotto che sulla musica in sé. Mi si obbietterà, ovviamente, che questo è il modo con il quale si regge il sistema consumistico, ma i veri appassionati di musica non dovrebbero ribellarsi contro questo sfruttamento? Non è davvero più pensabile oggi per un ragazzo che vuole fare della musica la sua vita una via alternativa ai talent-show?

Nel 1968 (i geni si sa, arrivano sempre prima degli altri a capire grandi verità) Andy Warhol già diceva: “Nel futuro ognuno sarà famoso per 15 minuti”. Quale sarà il prossimo passo? Forse un bel sottotitolo che passa durante l’esibizione del nuovo artista in tv che ci comunica che “Quest’artista sparirà dallo schermo (per non essere mai più rivisto) tra 15 minuti (speriamo faccia più in fretta)”. E intanto il direttore di palco urlerà, mentre il povero malcapitato si sta preparando: “Forza facciamo in fretta, fra 5 minuti tocca a te. Entra, esibisciti, canta la tua stupida canzone, fatti un po’ di pubblicità e sparisci. Lo show deve continuare. E non pensare che qualcuno si ricorderà mai di te e della tua musica.” Bella fine, che cali il sipario.

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One thought on “Talenti serpenti?

  1. Ti consiglio di vedere 15 Million Merits (la seconda puntata della serie televisiva britannica Black Mirror, 2011) e il film Reality (2012) di Matteo Garrone.

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