Home

mida

Non me ne intendo affatto di psicologia dello sviluppo, ma credo, anche per esperienza diretta, che ci sia un terribile momento in cui “il bambino” attraversa una sorta di delirio di onnipotenza. Un po’ come Re Mida trasforma in oro, così ogni cosa che il fanciullo tocca diventa sua, “è tutto mio” diventa una sorta di ritornello in questo periodo.

Fin qui, però, nulla di strano: penso sia una fase normale, dopo un po’ passa e ci si vede a 12 anni per dar fuoco ai vestiti della nonna. Più grave è il fatto che un fenomeno simile accada spesso nel mondo della cultura. Mi riferisco a quell’indecente compravendita di intellettuali che sono le appropriazioni ideologiche di uomini di cultura, un triste tentativo di tirar per la giacca i nomi più importanti in ambito letterario, filosofico e via discorrendo. È un meccanismo semplice: se riesco a mostrare che un “Kant” (o chi per lui) è dalla mia parte ne ottengo una forte legittimazione, e sfrutto a mio favore la sua autorevolezza.

Si tratta, tuttavia, di un meccanismo piuttosto subdolo, che procede spesso per forzature e distorsioni. La sua inarrestabile logica è quella del “noi e loro”: una dialettica manichea per cui ci sono gli amici e ci sono i nemici, terzium non datur. Anche se con la morte (vera o presunta) delle ideologie questo fenomeno ha di molto ridotto la sua portata, è ancora una costante nel dibattito pubblico e culturale.

Un esempio “classico” è la vicenda del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche: osannato prima dai nazifascisti per il suo culto superomistico, rivalutato poi dalla critica di sinistra per la sua carica demistificatoria. Senza voler entrare nei dettagli di questa lunga e difficile vicenda critica, vi sono alcuni aspetti paradigmatici in tale querelle. In generale si tratta di leggere in maniera forzate e parziale le opere degli autori in considerazione. Si sottolinea, per restare nell’esempio, il superuomo dimenticandosi dell’eterno ritorno o della critica al nazionalismo. Si apprezza il “prospettivismo” e ci si dimentica della fortissima carica elitaria presente in Nietzsche.

Tuttavia, questo meccanismo di appropriazione degli intellettuali ha una logica fondante molto semplice, che si estende ben oltre le colonne d’ercole della politica. Si tratta, da un lato, di un segno di “decadenza intellettuale”, di incapacità di pensare in proprio e del bisogno di trovare un’autorità a cui rifarsi. Inoltre, in secondo luogo, è indice dell’incapacità del lettore/interprete nel comprendere ciò che ha di fronte. Nietzsche è “di destra o “di sinistra” e deve essere “di destra” o “di sinistra”. E se la cosa fosse più complessa, più sottile e problematica? Poco importa, si gira la testa dall’altra parte, pur di non rinunciare alla propria chiave interpretativa. Una particolare sindrome da Re Mida, che, invece di trasformare in oro, trasforma in cenere. Di Nietzsche, o chi per lui, non resta nulla, rimane solo il suo corpo morto su cui si combatte la battaglia di altri.

In questo senso gli esempi sono molteplici. Basti pensare alle difficoltà cui spesso si trovano di fronte tradizioni di critica letteraria come quella marxista o psicoanalitica, che, ad ogni angolo, vedono complessi edipici o crisi della borghesia. A vostro piacimento scegliere fra le mille possibilità ermeneutiche che si offrono, queste, tutte fra loro molto diverse, hanno in comune un punto fondamentale: la “violenza al testo”. Il lettore, in sostanza, si fa scrittore, dimentica l’alterità di ciò che ha di fronte per trovarvi ciò che vuole.

Sarebbe indubbiamente ingenuo credere che “il testo parla da solo”: è indiscutibile che nel lavoro interpretativo sia presente in larga misura l’operare soggettivo. Al contempo, però, non si può rinunciare a quell’ideale di oggettività che deve muovere ogni autentica indagine. A questo proposito può valere la pena ricordare quanto scrive H.I. Marrou ne La conoscenza storica. “Infatti, al contrario di un interlocutore impaziente che interrompa continuamente il testimone per dirgli di «ritornare al punto», lo storico domanda al documento: «chi sei? mi insegni a conoscerti?»“.

È forse proprio dall’ambito della storiografia che si può imparare qualcosa rispetto a questo difficile discorso. Lontana dalla oggettività delle scienze naturali, la tradizione storiografica ha tentato di delineare un metodo di ricerca che tenga conto tanto dell’interpretato quanto dell’interprete. Rimane senz’altro difficile dosare questa complessa chimica fra elementi, così diversi e così problematici. Tuttavia, se si vuole tenere fede a quella che dev’essere la missione prima dell’intellettuale, non si possono anteporre esigenze ideologico/esistenziali a scapito dell’onestà che deve guidare ogni studioso nel confronto con un testo o col pensiero di un autore.

Di fronte alle tristi operazioni di appropriazione intellettuale, di fronte a questi Re Mida che uccidono coloro con cui parlano e di fronte a queste piccole figure bisognose di autorità cui riferirsi, occorre ripetere a gran voce l’esortazione di un altro grande storico francese. Nel suo capolavoro intitolato Apologia della storia Marc Bloch scriveva lapidario: “Un motto, in sintesi, domina e illumina i nostri studi, comprendere“.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...