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PortaAlba

A Napoli vi sono delle strade, strette strette e rigorosamente in salita, in cui si vende una solo mercanzia. A san Gregorio Armeno si trovano i pastori, a Port’Alba nove negozi su dieci sono librerie e le loro bancarelle stanno in mezzo alla strada. Lì i libri nuovi o usati costano poco e si capisce, quindi, che una strada così non possa che essere il paradiso di quegli studenti spiantati come Gennaro, a cui i genitori avevano tagliato i viveri come avevano saputo che intendeva iscriversi a filosofia. Certo impegnarsi per trovare quello che cercava, però, vuoi mettere la soddisfazione di tornare a casa con una pila di libri che non cercavi e che probabilmente non leggerai per i prossimi 5 anni? Perché così succede: uno va per comprare una cosa e ne trova un’altra che pure gli interessa e, metti che interessa pure a qualcun altro e considera che costa poco, le camere si riempiono di libri con connessa polvere e pericolo di incendio.

Quella mattina a Gennaro era capitato tra le mani una copia usata,  ma tenuta bene,  del “De Cive” di Hobbes, e lui se la rigirava tra le mani pensando: “Quasi quasi me lo compero, guarda come è ben rilegata, si va beh, non sono venuto a cercare questo e poi indietro come sono con gli esami figurati se avrò mai il tempo di leggerlo. Però Hobbes è Hobbes e quando mi ricapita mai sotto mano una copia così? In effetti, però, non sono mai stato d’accordo con lui e con la sua guerra omnia contra omnes. Ma che vuol dire! Se uno non è d’accordo con un autore non ne deve leggere i libri? Già lo vedo: “il nuovo indice dei libri proibiti approvato da Sua Eccellenza Gennaro Esposito.””

Proprio in quel momento si avvicina a Gennaro il commesso della libreria, un vecchio sui sessanta anni, e gli chiede se abbisogni di qualcosa.

“Secondo voi, uno, se non è d’accordo con quello che c’è scritto dentro, un libro lo deve comprare lo stesso o no?” chiede Gennaro al commesso.

“E si capisce” risponde quello “ fino a  quando non lo avete letto come fate a sapere se siete d’accordo o meno?”

“Perché quello che ho in mano è un libro famoso che, a volte, si studia pure nelle scuole. Il suo autore ritiene che gli uomini siano i lupi degli altri uomini e che per la loro natura non mirano ad altro che al loro razionale interesse. In altri termini poco ci manca che non abbiano sentimenti. Io che, cosa ci volete fare, sono uomo d’amore, come dice Bellavista… a proposito voi l’avete letto “Così parlò Bellavista”?

“Veramente, no”

“Ma come, tenete una libreria a Napoli e non avete letto: “Così parlò Bellavista”? Comunque, come andavo dicendo,  io, come la maggior parte dei napoletani, sono uomo d’amore e quindi preferisco quei pensatori come Rousseau, come Fromm che credono che l’uomo sia naturalmente portato non ad odiare l’uomo, ma a volergli bene; che, addirittura, l’uomo ha bisogno di amare e sentire di appartenere a qualcosa come necessita di mangiare, bere e dormire.”

“Quindi, spiegatemi un poco, secondo questi vostri amici, gli uomini non sono dei fetenti che cercano di approfittare di ogni mancanza degli altri per guadagnare quello che possono a loro spese?”

“Nossignore” risponde Gennaro “l’uomo non è una carogna di natura, se mai lo diventa a causa della società. Perché è la società che lo spinge a competere con gli altri per un posto in comune o per un po’ di potere in più. Se la società fosse diversa, caro signore mio, gli uomini non avrebbero bisogno di scannarsi tra loro!”

“Di certo voi mi sembrate un poco comunista.”

“Può pure essere, però sono convinto che i bisogni dell’uomo si riducono a molto meno di quanto ci vogliono far credere: un pezzo di pane e formaggio, un bicchiere di acqua o al massimo di vino un letto e qualche vestito, a questo si riducono i bisogni materiali dell’uomo. Certo, poi vi sono quelli spirituali, altrettanto importanti mi raccomando, ossia il non sentirsi soli e il produrre qualcosa. E sia ben chiaro che per produrre non intendo il lavoro in fabbrica o quello di un impiegato, ma far diventare cose del mondo quello che compone la propria anima, Con un dipinto, ad esempio, o con una poesia.”

“Scusate professò, ma tutte le tecnologie moderne, che so, la televisione, automobile e il cellulare, voi le prendete e le buttate dalla finestra?” Domanda preoccupato il commesso.

“Non esageriamo, tutte queste cose di cui avete parlato, ad eccezione della televisione, sono utili fintanto che aumentano la libertà dell’uomo, ma spesso la limitano. Mi spiego meglio: ora voi avete già un cellulare che funziona benissimo, ma facciamo il caso che lo vogliate cambiare con l’ultimo modello…”

“Vado e me l’accatto!”

“Benissimo” continua Gennaro “ma cosa per voi è più utile e vale più, il tempo che avete lavorato per guadagnare quanto basta per il telefono nuovo, o il cellulare che vi siete accattato? In altri termini preferireste una nuova diavoleria moderna o passare un pomeriggio in più coi vostri nipoti?”

“È che c’è di meglio dei miei due nipotini? Giuseppe e Carmela, li dovreste conoscere, sono l’amore mio!”

“Questo dico: è la società a farci desiderare di avere più di quello che ci serve e a metterci l’uno contro l’altro per ottenere un paio di scarpe firmate in più o cose altrettanto inutili. Altrimenti gli uomini sarebbero buoni come il pane e andrebbero d’amore e d’accordo.”

“Mi avete commosso professò, sapete che c’è? Io il libro ve lo regalo.”

“ Vi ringrazio tanto e già che ne abbiamo parlato prima non è che avete anche l’ “Emilio” di Rousseau?”

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