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Il narratore ha il dovere di non credersi superiore ai suoi simili.

Senza nome. E’ questo il significato del cinese “Wu Ming”, nome d’arte di un collettivo di narratori nato nel 2000 e composto da cinque autori provenienti dal bolognese. I significati di quest’appellativo sono molteplici: è un omaggio ai dissidenti cinesi, un richiamo al daodejing e un rifiuto della celebrità che spesso ricopre gli scrittori di libri. Infine, Wu Ming significa anche “cinque autori”, e richiama quindi al numero dei componenti.

La ricchezza semantica di questa denominazione ci fa gettare un primo sguardo su quella che è una delle realtà letterarie più prolifiche e geniali oggi in Italia. La prima opera di questi autori è però precedente alla costituzione del collettivo stesso: nel marzo ’99 uscì per Einaudi “Q”, romanzo scritto da quattro dei cinque Wu Ming sotto lo pseudonimo di “Luther Blissett”.  Il libro ebbe uno straordinario successo: non solo divenne un testo molto amato dal movimento “altermondialista”, ma fu anche molto apprezzato dal grande pubblico. E’ stato tradotto in molte lingue ed ha ottenuto reazioni positive da parte di critica e stampa. Sempre nel 1999 arrivò alla finale del premio strega (alla quale i quattro decisero di non partecipare) e ad oggi siamo circa alla sua quattordicesima ristampa.

In questi anni non sono stati fermi e hanno prodotto altre opere, in genere ben valutate sia dalla critica che dal pubblico. “Manituana”, “54” ed “Altai” sono i testi più importanti (ma non gli unici) che hanno visto la luce dopo “Q”. Il loro genere è il “new italian epic”, etichetta coniata proprio da Wu Ming 1 per indicare un insieme di romanzi (in particolare storici), accomunati dal tentativo di andar oltre la letteratura postmoderna, dalla ricerca di molteplici punti di vista narrativi e da un certo tono pop che li porta ad essere molto apprezzati (per farla breve, qui è per farla più lunga).

Wu Ming però non è solo l’autore di qualche libro, è un collettivo impegnato politicamente e culturalmente. Fra le iniziative più interessanti va senz’ombra di dubbio annoverato il loro blog: “Giap”, uno degli spazi web più visitati in Italia. Si tratta di un sito ricchissimo, costantemente aggiornato dalle riflessioni dei cinque, che, pur spaziando tranquillamente di ambito in ambito, mantengono sempre una notevole profondità. Un altra iniziativa molto affascinante è quella del “copyleft” che caratterizza le opere del collettivo. Tutti i libri e gli scritti dei Wu Ming sono liberamente scaricabili dal loro blog e riproducibili anche interamente, purché senza fini di lucro.

Un ulteriore aspetto molto affascinante è il modo con cui questi autori interpretano il loro stesso operato. Sin dal 2000 hanno stilato una sorta di “Dichiarazione dei diritti e dei doveri del narratore” che offre numerosi spunti interessanti. E’ fortemente provocatorio, se considerato quanto noi, ancor oggi, siamo legati al Romanticismo, il loro netto rifiuto del Genio. Il narratore wuminghiano non si considera artista ma artigiano, non superiore ma pari agli altri uomini. Quanto questa posizione sia autentica, e non abbia nulla da spartire con la falsa modestia di altri, è testimoniato dalla quotidiana coerenza del collettivo.

Spesso, in giro, viene detto che sono un gruppo anonimo, ma in realtà non è vero. Ognuno di loro si firma “Wu Ming” più un numero distintivo, ma i veri dati anagrafici sono pubblicati sul loro blog e presenti anche su Wikipedia. L’alone di segretezza che sembra accompagnarli è dovuto più che altro al fatto che non vanno in televisione e che non si fanno riprendere o fotografare. Al compenso fanno molte apparizioni pubbliche: vi potrebbe capitare di vederli alla presentazione di qualche libro o di sentirli alla radio. Qualche giorno fa a “Zeta” da Gad Lerner hanno trasmesso una loro intervista, forse la prima in televisione, a proposito del movimento 5 stelle, sul quale da tempo scrivono sulle pagine del blog.

Wu Ming, insomma, è una realtà polifonica. E’ un gruppo di ottimi narratori, autori di un blog di successo e voci impegnate a livello politico e sociale.  Leggendoli, si finisce inevitabilmente per condividere tanto la domanda, quanto l’augurio, con cui Boyd Tonkin chiudeva la sua recensione di “Manituana” sulle pagine dell’Independent. Come facciano questi cani sciolti italiani a ottenere narrativa di tale potenza e complessità da un lavoro collettivo resta un enigma, ma possano i loro tamburi suonare a lungo.

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