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Joseph Torsella, ambasciatore americano presso le Nazioni Unite, ha recentemente rimproverato i colleghi diplomatici per la loro poca moderazione per quanto riguarda l’assunzione di alcolici. A causa di una certa nonchalance nel sorseggiare cocktails, molti influenti personaggi del panorama internazionale si sono resi protagonisti di performances imbarazzanti e non particolarmente adeguate al contesto in cui dovrebbero operare. La prospettiva che delegati di tutti gli stati, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, discutano di risoluzioni riguardanti i più scottanti temi completamente ubriachi non è delle più rassicuranti, anche se potrebbe solleticare fantasie per scrivere la sceneggiatura di qualche demenziale commedia. Spesso capita, infatti, che durante le sedute al Palazzo di Vetro qualche negoziatore si presenti completamente sbronzo. In particolare, fa notare Torsella, sono i delegati del cosiddetto “Gruppo dei 77” dei Paesi in via di sviluppo a mostrare una certa inclinazione alla bottiglia: molte volte non si presentano alle riunioni e, se compaiono, risultano alticci. Molti habitués del bicchiere, delusi per la temporanea chiusura del “Delegate’s Lounge” durante i lavori di rinnovo della sede delle Nazioni Unite, si indignano alla proibizionista proposta dell’ambasciatore americano di creare al Palazzo di Vetro una “inebriation-free zone”, volta a limitare l’uso di alcool soltanto in occasione dei festeggiamenti per le risoluzioni di conflitti portate a termine. All’Onu si beve per favorire la convivialità delle discussioni, prima degli incontri ufficiali: qualche drink potrebbe infatti permettere di raggiungere compromessi e mediazioni con maggiore facilità e sicuramente più allegria. Non è però l’unica scusa: i delegati degli Stati meno coinvolti, di volta in volta, nelle assemblee, bevono per noia, per passare il tempo in compagnia nelle stanze adiacenti quelle dove si tratta di grandi istanze e problemi.  Questa situazione trascina nell’imbarazzo un’organizzazione internazionale e un’istituzione politica come le Nazioni Unite, contribuendo a far perdere la credibilità e il prestigio di cui dovrebbe godere, vista la sua funzione principale, che è quella di mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Bisognerebbe che quest’enclave di diplomatici assomigliasse un po’ meno ad un fumoso club privato di aristocratici che amano sollazzarsi con drink e belle signore da compagnia e più ad un’assemblea, tutt’altro che offuscata dall’ebbrezza data dal vino e dal potere.  D’altronde, non si deve generalizzare in modo eccessivo: sicuramente i fiumi d’alcool che scorrono al Palazzo di vetro non coinvolgono tutti i delegati. Tuttavia, pensare che decisioni che riguardano l’equilibrio fra paesi e le cui conseguenze potrebbero riguardarci direttamente possano essere prese da due o più ubriachi è fonte di molta inquietudine. I più accaniti bevitori in questione potrebbero obiettare che una certa dose di alcoolici potrebbe accelerare e favorire i processi di mediazione fra le diverse parti coinvolte: sicuramente renderebbe meno acute le tensioni e più gioviale l’atmosfera, come se si trattasse di allegre chiacchierate fra amici di vecchia data. La diplomazia, però, non consiste in sbronze condivise e mediazioni alcoliche. Prima di passare ai cocktails, i delegati dovrebbero provare a difendere gli interessi del proprio paese con  il raffinato utilizzo delle parole, la chiara esposizione di tesi persuasive, la conoscenza di strategie retoriche che non prevedano lo stordimento delle parti dalle opinioni più irremovibili. Gli stessi ambasciatori che hanno dato prova di poca moderazione con l’alcool costituiscono una contraddizione in termini e si comportano in modo paradossale rispetto alla funzione che dovrebbero ricoprire. Infatti, un diplomatico è tale perché, nella definizione comune, dovrebbe essere capace di difendere gli interessi del paese che rappresenta procedendo con cautela, mediando, cercando compromessi favorevoli, evitando ogni eccesso e riconoscendo i limiti da non oltrepassare nei confronti del suo interlocutore, cercando di procedere con moderazione. Nel momento in cui un ambasciatore si lascia andare a bevute senza farsi scrupoli non si rivela sicuramente un campione di equilibrio, autocontrollo e misura.  Sarebbe meglio, perciò, che i componenti dell’Assemblea Generale brindassero solo per festeggiare conclusioni positive di controversie internazionali. In un’eventuale “inebriation-free zone”, tale brindisi – una volta diventato l’unica possibilità di sbronze mondiali al Palazzo di Vetro- potrebbe rivelarsi anche un’ottima motivazione per i delegati a discutere allo scopo di portare più pace e stabilità nel mondo.

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