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Cigolava Alessandra I, la bicicletta tricolore, mentre andava per le strade di Milano. Andava lei perché Carlo, che pure pedalava, pensava ad altro: “Che palle non ho voglia di andarci, una mattina buttata per prendere quattro applausi, tanti clap clap e nient’altro. Inutili cerimonie! Dicono che premiano il merito, ma che cosa è il merito? Cosa ho fatto di speciale? Io ed altri abbiamo vinto un concorso e loro fanno una cerimonia con tanto di assessore per farci i complimenti. Come se ci fosse qualcosa di cui congratularsi: uno nasce sveglio con il cervello che funziona, un altro è così scemo da non saper fare 2+2, ma non è merito nostro, è che siamo nati così, a uno viene facile la chimica e a un altro esplodono le provette in mano. Poi chi ha una passione, chi un’altra… a me piace pensare e certe cose mi vengono facili, ecco tutto. Non è merito, piuttosto culo. Sì il culo è proprio il paragone giusto: metti una bella ragazza di quelle con il didietro grande e sodo che ha perennemente dietro di se una scia di occhi sbavanti, mica la premiano… Oh Dio, magari la premiano pure, ma non è che le dicono: “Complimenti, lei è proprio meritevole!” Al massimo: “Complimenti, il suo culo merita proprio!”

Forse ci premiano perché ci siamo impegnati, ma quale impegno! Ho fatto solo quello che mi andava di fare, se a uno piace studiare è innaturale che non studi come è innaturale che una sfregi il suo bel viso con un coltello. Non si fa. Ma probabilmente, sì deve essere così, loro pensano di premiare chi ha fatto fatica, chi ha resistito alle tentazioni del mondo. No, non a una bella bevuta o a una serata davanti la televisione per guardare un film idiota, quello è consentito, anzi è incentivato: dopo aver lavorato duramente tutta la giornata è sacrosanto rincretinirsi, ogni modo è lecito. La tentazione è quella che ti porta a smettere di fare quello che è ritenuto meritevole e che spinge a occuparsi di quello che piace, che so, di arte senza essere Picasso o di  un tramonto se non ci si chiama Nietzsche. Oppure la tentazione somma: fermarsi un attimo e guardare dentro di sé. Fallo una volta e sei fuori. Sia mai che l’uomo si capisca di non essere quello che ha sognato un tempo o di non essere se stesso. Per essere meritevoli o si è baciati da madre natura o bisogna non conoscere se stessi o, peggio, dimenticare chi si è. Insomma diventare degli alieni a se stessi, dei folli, ma degni di lode.

Lo chiamano merito, ma è solo un modo con cui il sistema riconduce al suo solco chi avrebbe la propensione a prendere un’altra strada. La ricetta è semplice: prendere un Einstein o uno Steve Jobs, eleggerlo a modello, irraggiungibile ovviamente; dare l’impressione che sbattendosi si possa assaggiare, magari anche per poco, lo stesso successo e la stessa fama. Ecco pronto una bella polpetta avvelenata che crea dipendenza: l’uomo al solo sentirne il profumo dimentica tutto, quello che gli piaceva da bambino, quello che gli sarebbe piaciuto studiare, si dimentica di godere di ogni attimo della sua breve esistenza e la sua testa inizia a pensare solo al futuro. Anche per chi non si adegua vige il merito, al contrario chiaramente, chi non si adatta vive precario, con la costante paura di finire in mezzo alla strada. È costretto presto a rimettersi in riga pagando a caro prezzo la sua iniziale disobbedienza.

Questa è meritocrazia.”

Intanto la bicicletta continuava a cigolare.

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One thought on “Merito? E che cos’è?

  1. Bello, ottimo articolo. C’è un punto però su cui quello che scrivi non mi convince. Si tratta di un certo individualismo che trapela da queste righe. In primo luogo dici che il merito è “un modo con cui il sistema riconduce al suo solco chi avrebbe la propensione a prendere un’altra strada”. Questo però non riguarda semplicemente il merito ma l’intero processo di formazione e di educazione che riceviamo. Che sia il merito o che siano bastone e carota poco cambia: è così che si struttura e si regge una comunità umana. Dubito fortemente che senza questi meccanismi possa sussistere una qualsiasi forma di società. Ma fin qui ho detto poco, si potrebbe ritenere che valga la pena rinunciare ad ogni comunità e sarebbe una posizione del tutto legittima.
    Il problema più profondo però è a monte: davvero nasciamo con delle predisposizioni? Non sarà che “a me piace pensare e certe cose mi vengono facili” proprio perché mi hanno educato così? Non sarà che, forse, senza il premio di chimica, la chimica mi sarebbe piaciuta di meno? Siamo un animale sociale ed è quantomeno problematico pensare ai nostri desideri, alle nostre disposizioni come frutto di madre natura. Siamo tutti più influenzati da bastone e carota, dal merito e, in una parola, dalla “bildung” di quanto crediamo normalmente.

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