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gandalf, quando mai incontreremo un cavaliere jedi

Partiamo da una domanda di carattere letterario: possono un personaggio o l’ambientazione di un testo narrativo essere ritenuti “proprietà” dell’autore che per la prima volta li propone a un pubblico?

La risposta istintiva che sorge sarebbe un radicale ‘assolutamente sì’. Non ci immaginiamo affatto che un qualsiasi narratore possa impossessarsi di un “Gandalf il Grigio”, di un “Harry Potter”, o un “Arthur Dent” senza il permesso del loro inventore, o anche solo immaginare che questo perfetto sconosciuto scriva e pubblichi un romanzo ambientato nella Terra di Mezzo, a Narnia, e così via.

Invito tuttavia a staccarsi dalla concezione dettata dall’attuale mercato letterario, per osservare la questione senza che le contingenze di una specifica epoca storica alterino il nostro giudizio. Quelli che seguono sono alcuni esempi del perché la mia personale risposta sia negativa. Insomma, per me sarebbe lecito raccontare storie sfruttando gli elementi inventati di un altro autore.

1 – L’Epica è il più grande esempio di come gli elementi letterari e narrativi non appartengano a nessun individuo. Il corpus epico, dagli antichi micenei ed elleni fino ai latino-germani medioevali ed oltre, si compone infatti tramite la stratificazione di elementi la cui invenzione è attribuibile alle menti singole di quella che nelle antologie è poi etichettata come “cultura orale”. Come i manuali insegnano, la cultura greca racchiuderà queste inventive in alcuni poemi scritti, attribuendoli all’abilità riassuntiva di un unico e mitico poeta, Omero. Gli Ebrei assumeranno la propria mitologia poetico-narrativa e la propria legiferazione originaria in unico testo sacro, mentre i medioevali faranno ciò che più si avvicina alla nostra sensibilità; una serie di autori diedero voce alle storie della cultura popolare, ripresentandole però nella propria versione. Ecco dunque che abbiamo il Tristan di Béroul e il Tristan di Tommaso d’Inghilterra e che, se da una parte emergono le personalità degli autori, la proprietà del personaggio rimane neutra.

2 – In epoca rinascimentale l’appropriarsi della materia epica e mitologica è un fenomeno fortissimo nelle corti italiane. Benché ciò avvenga sotto l’insegna dell’Umanesimo, che affinò la disciplina filologica, di filologico queste letture hanno ben poco. L’apice di questo ‘riciclo’ è l’Orlando Furioso di Ariosto, che con l’Orlando dell’epica carolingia non ha niente a che vedere, senza che per questo l’opera perda valore. In epoca moderna, tuttavia, le forme narrative cambiano; ecco in Inghilterra nascere i romanzi, che assumono pretese realistiche. Questi vincolano i lettori a credere che, ad esempio, esista uno e un solo Robinson Crusoe. L’autore si fa dunque sempre più prepotente nella proprietà degli elementi che predispone.  Ciò non impedisce in epoche più tarde la creazione di veri e propri topos letterari, come possono essere Dorian Gray, il Capitano Nemo, o anche l’Innominato e così via. In epoca romantica infatti la genialità dell’artista diventa la massima giustificazione di incatenamento del personaggio, o del mondo d’invenzione al proprio autore.

3 – Ma è in epoca contemporanea che, sorprendentemente, troviamo la massima applicazione di questa logica di ‘aproprietà’. Copyright a parte, si può infatti dimostrare che non esista una proprietà de facto di personaggi e ambientazioni. Tuttavia, sono le forme narrative diverse da quella letteraria ad acquisire maggior peso in questo contesto. In testa troviamo quella cinematografica e quella ludica, video e non. Sarà infatti noto che, senza il beneplacito di un oramai defunto Arthur Conan Doyle, la Warner Bros stia producendo una trilogia attorno al personaggio di Sherlock Holmes, condendolo in salsa steampunk e rielaborando elementi che il nostro Doyle inventò secondo logiche del tutto differenti. Oppure, all’interno di fenomeni ancora più affermati, ma meno evidenti, il nuovo film de Lo Hobbit di Jackson è un magnifico omaggio alla Terra di Mezzo, sebbene l’impianto narrativo dell’opera tolkeniana originaria sia stato compenetrato ‘arbitrariamente’ con episodi e personaggi minori provenienti dalle appendici de Il Signore degli Anelli, senza però compromettere la riuscita del racconto filmico. Altro caposaldo di questa ‘aproprietà’ della creazione è la saga di Star Wars, della quale l’inventore George Lucas ha da breve venduto i diritti d’autore alla Walt Disney, incorrendo nella creazione di un possibile settimo episodio che egli stesso non aveva ipotizzato. Beninteso, l’universo di Star Wars già oltrepassava il merito di Lucas, arricchito dall’inventiva di romanzieri, cartoonist, fumettisti e videogame-creator. Un altro esempio nell’universo dei giochi interattivi sono invece i mondi creati ad uso e consumo dei clienti della Games Workshop, ossia gli universi delle miniature da tavolo di Warhammer e Warhammer 40.000, la cui operazione di marketing produce diversi romanzi di genere e videogiochi all’anno.

Come si noterà, oggi l’’aproprietà’ degli elementi narrativi si muove prevalentemente nel campo trasversale dei media, anziché in quello letterario, con l’eccezione di autori che impugnano opere incomplete per volere degli eredi dell’autore originario defunto, come nel caso della serie di Guida Galattica per gli autostoppisti* di Adams e della Ruota del Tempo di Jordan.  Chi probabilmente nel panorama italiano ha meglio compreso e incentivato il fenomeno della trasversalità mediatica è il romanziere Valerio Evangelisti, che non si è mai sottratto alla contaminazione sviluppatasi attorno alla sua principale creatura, l’inquisitore Eymerich, che è stata oggetto di reinterpretazioni radiofoniche, fumettistiche, video e interattive. Il grosso di questi sviluppi non ha ovviamente avuto luogo Italia, bensì nella vicina Francia, evidenziando per l’ennesima volta il cattivo rapporto che il nostro Paese intrattiene con la nuova cultura mediatica, della quale rifiuta ostinatamente le forme espressive più innovative.

*NOTA: serie comunque nata da uno scenario radiofonico che, dopo la vita di Adams, ha però avuto uno sviluppo sulle orme tracciate dai romanzi dell’autore.

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5 thoughts on “Gandalf, quando mai incontreremo un cavaliere Jedi?

  1. Secondo me l’ambientazione e i personaggi sono propri della autore che li ha creati, poi sta a lui se vendere le sue creazioni a terzi; mentre nel caso della morte dell’autore direi che è giusto che chi vuole possa impossessarsene mantenendo però le caratteristiche iniziali dell’eredità acquisita

  2. Quanto è marginale l’esistenza del copyright? Voglio dire oggi perchè qualcuno aggiunga un episodio alla saga di StarWars deve comprare i diritti di sfruttamento del marchio, cosa che non era per Iliade o Odissea. Questo pone un serio vincolo: se non pago non posso dare per scontato tutto quello che il nome della struttura in cui voglio inserire il mio pezzo porta implicitamente con sè. Devo cosìridefinire ogni ambiente e ogni personaggio in un modo che sarà per forza di cose diverso dall’originale, altrimenti il mio non sarebbe un nuovo episodio ma un noiosissimo plagio.

  3. L’articolo si basa infatti sul concepire la “proprietà” che l’autore vanta sugli ELEMENTI della creazione A PRESCINDERE dalla proprietà giuridico-economica a cui il mercato letterario ci costringe. L’uso degli elementi non implica il copiare una storia. Ad esempio, preferirei un qualsiasi racconto dalla trama originale ambientato nella Terra di Mezzo scritto anche da qualcuno che non sia Christopher Tolkien (perché gli “inediti” di J.R.R. Tolkien sono rimaneggiamenti del figlio che ne detiene i diritti, scritti che personalmente non disapprovo), piuttosto che una “malacopia” de “Il Signore degli Anelli” come può essere “La spada di Shannara” di Terry Brooks, che non utilizza nessun elemento della Terra di Mezzo ma ne copia interamente la storia e i cliché narrativi. Capisci che la “comunanza” degli elementi narrativi, di un personaggio o che non diventerebbero più un incentivo al plagio, ma a farne una visione personale (altro esempio in materia, basti pensare allla triolgia su Batman di Nolan, che ha fatto dei personaggi un po’ quel che voleva in maniera intelligente e riuscita). Su queste basi ritengo TEORICAMENTE marginale il copyright, nei fatti oggi detta comunque la sua legge, ma non è qui che l’articolo vuole andare a parare.

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