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Dalla sala si alzava un mare di sbadigli, coperto appena da uno dei monologhi di un Edipo monotonale che aspetta la propria fine in un corridoio di un ospedale psichiatrico. Più della metà di “Serata a Colono” di Elsa Morante, messa in scena da Martone, consiste in monologhi di Edipo, ma cosa sia uscito dalle labbra del vecchio malato pochi potrebbero dirlo: fosse la verità sul senso recondito della vita oppure una supercazzola, è difficile deciderlo. Ѐ stato impossibile seguirlo nei suoi vaneggiamenti. Il testo è la prima e unica opera teatrale scritta da Elsa Morante, mai messa in scena e pubblicata in una raccolte di sue poesie. Si può ben dire che l’esperimento non era riuscito e che meglio sarebbe stato lasciarlo solo sulla carta: il sovrannumero di metafore e di epiteti di dei può essere apprezzabile se letto, ma è inascoltabile a teatro. In tutto lo spettacolo non succede nulla o quasi, anzi, il protagonista non si alza neanche una volta dal suo letto di morte. Martone per di più non si pone certo il problema di aiutare lo spettatore: durante i monologhi nulla accompagna sulla scena l’immobile Edipo, nulla a cui lo spettatore possa attaccarsi per non perdere il filo dello spettacolo, nulla che lo emozioni e lo aiuti a comprendere per via emotiva quello che non riesce a desumere intellettualmente dal testo. Unico tentativo in questa direzione è un gruppo di matti che si aggira nella platea nella prima parte dello spettacolo, sfoggia la sua malattia a pochi centimetri dallo spettatore, commenta talvolta le parole di Edipo. Dovrebbero inchiodare alla poltrona un angosciato spettatore e invece viene voglia di alzarsi e di fare i matti con loro pur di sfuggire alla noia. Anche quello che dovrebbe essere un diritto sacrosanto, quello di abbandonarsi al sonno, è violato da un enorme sole fatto da mille lampadine che periodicamente entra in scena ed illumina a giorno la platea. Quale sia il senso di questo marchingegno, così come di tutta la rappresentazione, è arduo da determinare. Sicuramente rende visibile allo spettatore il non essere solo a desiderare che lo spettacolo finisca presto.

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