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I risultati delle ultime elezioni riflettono in modo inequivocabile quanto potente sia stata la presa del populismo sui cittadini italiani. Da una parte si è assistito alla cavalcata delle folle da parte di Grillo, che ora porta un folto gruppo dei suoi in Parlamento, dall’altra alla rimonta di Berlusconi, che, più che sorpresi, lascia increduli i più ingenui. Il Movimento 5 stelle,  in campagna elettorale,  non ha fatto altro che sbraitare la propria insofferenza nei confronti della classe dirigente degli ultimi decenni, comprensibilmente, senza però proporre nel suo programma una pars costruens, ma limitandosi alla destruens.  Il Popolo della Libertà, sempre più coincidente con il proprio Leader, si è riguadagnato il favore di una buona fetta di nostalgici a suon di cagnolini, promesse di rimborsi d’IMU, battutacce di cattivo gusto e grazie al bombardamento dell’immagine del faccione ricoperto di cerone e del suo sorriso strafottente, onnipresente in televisione. L’esito di queste elezioni porta a considerazioni catastrofiche sul nostro futuro e dell’ottimismo iniziale non restano che scenari apocalittici. Il populismo di Grillo e Berlusconi ha un punto in comune, che proprio per questa caratteristica è quanto di più preoccupante: una visione negativa dell’Europa e l’auspicio di un avvenire migliore per un’Italia che non ne faccia più parte. Convinzione agghiacciante, che dovrà essere accantonata per salvare il nostro paese dalla deriva.

Un’eventuale uscita dall’Euro non gioverebbe all’Italia, non la arricchirebbe, non le restituirebbe la sua identità nazionale. In termini pragmatici, l’abbandono della forte moneta unica che dal 2000 ci contraddistingue significherebbe un ritorno alla deboluccia lira. I nostri prodotti diventerebbero molto competitivi sul mercato estero, perché molto economici, e sarebbe possibile attuare manovre inflazionistiche, svalutando la moneta, per rendere sempre più competitive le esportazioni.  Tuttavia, diventerebbe onerosissimo importare da altri paesi e, per la popolazione italiana, risulterebbe proibitivo il prezzo di ogni scambio con l’estero: gli studi, il turismo, solo per citare alcune attività che interessano particolarmente i giovani. L’Italia, nel grande abbraccio europeo, è protetta, come ogni altra nazione inclusa nell’Unione: le Istituzioni europee sono costituite dai leader politici di ciascuno stato, da deputati eletti direttamente dai cittadini, da membri nominati dai governi nazionali e, nondimeno, sono questi ultimi a difendere i rispettivi interessi nazionali in seno al Consiglio dell’Unione Europea. I trattati vengono ratificati per dare garanzie e tutela ai cittadini europei, i regolamenti sono varati per porre limiti che sarebbe nocivo per tutti oltrepassare, le direttive suggeriscono ai singoli Parlamenti i passi da percorrere per ottenere benessere sociale nei singoli stati, per risultare in armonia l’uno con l’altro. A spaventare è l’errata equazione tra perdita di sovranità nazionale e perdita d’identità nazionale. I singoli governi nazionali cedono dei poteri, e perciò parte della loro sovranità, alle Istituzioni europee, che intervengono con atti in grado di interferire con le loro fonti primarie e secondarie. La nostra Costituzione, che è la nostra identità nazionale, non può essere modificata: al limite, potrebbero essere imposte delle sanzioni nel caso alcuni articoli siano considerati lesivi della tutela dei diritti umani, ad esempio. La nostra lingua, che contribuisce a dar vita alla nostra identità, è salvaguardata, come ogni altra all’interno dell’Unione: tutti i documenti sono tradotti nelle 23 lingue ufficiali. Il nostro patrimonio artistico, l’aspetto forse più visivamente eclatante della nostra identità italiana, e il capitale umano di studenti meritevoli, per fare solo qualche esempio, sono protetti dall’Europa, attraverso erogazioni di fondi e l’attuazione di progetti, per i giovani, di scambi tra gli stati membri, che hanno come oggetto l’istruzione, il volontariato o il lavoro. Da parte sua, l’Italia, negli ultimi anni, si è presa poca cura di se stessa: i crolli di Pompei ne sono un esempio molto eloquente. La partecipazione all’Europa non può far altro che contribuire alla nostra solidità come Stato.  Non diamo ascolto ai populismi, non lasciamo che la nostra nave venga portata in acque mosse, scure e imprevedibili e, per di più, dopo essersi allontanata per miope orgoglio dal resto della flotta. L’Europa è un’idea meravigliosa, oltre che un’entità, dagli anni successivi la seconda guerra mondiale. Nel caso in cui pensiamo ci siano dei margini di miglioramento, diventiamo cittadini europei attivi e leviamo in alto la nostra voce, piuttosto che optare per l’isolamento come scelta per noi più conveniente.

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One thought on “Breve Elogio dell’Unione Europea

  1. Pingback: L’impervia strada verso l’unione | In Vero Vinitas

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