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31 gennaio, Milano, zona di Lambrate; un mio ex-professore del liceo, nonché artista, mi invita ad assistere all’inaugurazione di alcune mostre d’arte nelle gallerie  del quartiere, tutte asserragliate nel raggio di pochi metri.

Per chi non lo sapesse, Lambrate è un vero e proprio polo artistico: Minini e De Carlo sono solo due dei galleristi che espongono tra queste vie, rispettivamente una mostra su alcuni artisti contemporanei dell’America Latina e una sulle produzioni in bronzo ad opera di numerosissimi scultori contemporanei di fama internazionale. Più interessante tra tutte è però l’esposizione della Prometeo Gallery, diretta da Ida Pisani, composta della performance e delle relative documentazioni dell’artista spagnolo Santiago Sierra.

Sierra, classe 1966, è celebre per l’impegno politico del suo lavoro, e anche questa volta non smentisce il suo carattere. Appese all’ingresso della galleria, ecco le foto di una gigantesca riproduzione della penisola italiana allestita dentro un capannone, non si capisce bene con quale materiale. Affianco, la stessa Italia è smembrata in mille frammenti poltigliosi e cosparsa da piccole figure, gli autori della devastazione. I devastatori sono dei maiali, l’Italia è/era di mangime.

La metafora è ribadita anche nei video che documentano l’azione artistica,  che mostrano i maiali sollazzarsi nel pastone che l’artista ha preparato per loro. Sapere poi che questa azione è stata replicata anche con mangimi disposti a forma di Grecia e di penisola Iberica rende evidente l’intento politico di Sierra, un intento compiuto in modo tale da rimanere esterrefatti davanti al concretizzarsi di quella che spesso è soltanto un’allegoria concettuale. Non che Orwell non avesse inventato per primo il maiale devastatore come immagine delle ingordigie dei potenti (politici, gerarchi, finanzieri e chi più ne ha più ne metta), ma Sierra con la sua azione le conferisce una concretezza che ci costringe a guardarla come reale, a riderne, a sconcertarsene e addirittura a trovarla – è quel che mi è capitato – bella.

Ciò che mi sono portato dietro uscendo dalla galleria non è stato dunque il messaggio politico dell’artista (di per sé né innovativo, né eccezionalmente raffinato) bensì la domanda di come una simile presentazione possa essere definita bella. Le forme dell’arte contemporanea sfuggono infatti alle facili catalogazioni del “bello perché gradevole”, “bello perché mi appaga”, e rimettono in discussione ogni nostro metro di giudizio. Bella un’Italia divorata dai maiali?

Sicuramente meglio che dire ‘tutti i politici sono ladri’. Questa diventerebbe una visione non più semplice della questione, bensì semplicistica. I maiali di Sierra non possiedono infatti alcuna identificazione precisa, contrariamente alle allegorie che, invece, risultano sempre ben contestualizzate. Dare loro un significato specifico è per noi meramente arbitrario; eppure dubito che nessuno, a prescindere dall’uomo che immedesimerà nella bestia, oserà dire che la metafora sia falsa, cioè che non la reputi una buona descrizione della realtà. Magari non tutti condivideranno quale sia la realtà descritta, ma converranno sulla validità e l’univocità di questa descrizione. Semplificando: chiunque teme che il proprio paese venga divorato dai dei ‘maiali’ – e certamente senza esserne visivamente appagato!

Forse è questa ‘non falsità condivisa’ che fa fare all’opera di Sierra un salto in più rispetto al “mi piace” o al “non mi piace”, un salto che dall’allegoria ci eleva all’Arte.

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One thought on “Arte (porca) Politica

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