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Di questi tempi ognuno di noi è obbligato, sotto pena di una condanna in contumacia per lesa responsabilità, a intraprendere una qualche lucrativa professione e a dedicarcisi con un atteggiamento quasi simile all’entusiasmo. Una voce del partito opposto, di coloro che si accontentano del necessario e preferiscono guardarsi in giro e spassarsela, sa un po’ di provocazione e di guasconata. Eppure non dovrebbe essere così. Il così detto ozio – che non è affatto il non fare nulla, ma piuttosto il fare una quantità di cose non riconosciute dai dogmatici regolamenti della classe dominante – ha lo stesso diritto dell’operosità di sostenere la propria posizione. È assodato che l’esistenza di gente che si rifiuta di partecipare alla grande corsa ad handicap per qualche monetina, rappresenta un insulto e un disinganno per chi invece vi partecipa. Un bravo ragazzo come se ne vedono tanti, prende la sua decisione, opta per le monetine e, come dicono enfaticamente in America, ci si butta. Non è difficile comprendere il suo risentimento se, mentre procede faticosamente per la sua strada, scopre delle persone sui prati intorno, con un fazzoletto in testa e un bicchiere in mano. […] [Gli uomini che inseguono le monetine] per quanto ne sanno, gli scopi per cui sprecano la loro impagabile giovinezza potrebbero essere chimerici o nefasti; gloria e ricchezza potrebbero non arrivare mai o scoprirli indifferenti. Essi e il mondo che abitano sono così insignificanti che la mente gela al pensiero.”

Stevenson: “Elogio all’ozio”

Stevenson nel suo opuscolo: “Elogio all’ozio” rivendica il diritto all’ozio come parte del “dovere alla felicità”. L’uomo che vive nell’ozio ossia che segue le sue inclinazioni e lascia correre i suoi pensieri è visto in opposizione all’uomo che finalizza tutto il suo agire, che insegue le medaglie della scuola prima e le “monetine” poi. Chi lascia vagare lo sguardo e la mente e guarda la vita nel suo manifestarsi quotidiano conosce meglio la realtà, se la gode, e approda a un sano buon senso. D’altronde chi crede che la “conoscenza” stia tutta nei libri e ha un rapporto estremamente nozionistico con essi sarà probabilmente molto bravo nel suo lavoro, ma spento, incapace di pensare e soprattutto molesto per gli altri. Niente è più benefico per l’uomo di una faccia felice mentre i campioni di impegno finalizzato sono spesso mesti e scontrosi, incapaci di godersi la vita e le bellezze della natura. Risultano, quindi, totalmente insopportabili.

C’è da chiedersi se l’ozio come modo per sfuggire alla logica della monetina, ossia per per evitare di cadere nel meccanismo che costringe a sacrificare l’oggi per un impossibile e probabilmente inutile domani, sia ancora valido. Non credo: il concetto stesso di ozio è cambiato ed è diventato molto difficile ritrovare quello di cui parla Stevenson. Il suo è un ozio creativo: il ragazzo sdraiato sull’erba, che descrive nell’opuscolo, lascia liberi i suoi pensieri, dice di studiare, per un possibile futuro pellegrinaggio, i sassi e i bastoni. Sotto lo stesso concetto sono compresi anche lo studiare uno strumento e l’imparare a relazionarsi con gli uomini. In altri termini Volendo dare una definizione, l’ozio era la piena espressione di un individuo nel momento in cui faceva che non rispondeva a nessun finalismo, il lasciarsi interessare e stupire da quello che ci accade intorno.

Diverso è il discorso di ozio moderno: spesso coincide con ore di shopping o passate inerti davanti alla televisione a vedere passivamente quiz, fiction, oppure giocare a videogiochi che in massima parte rientrano nella categoria intrattenimento senza pensiero. Anche il rapporto con gli altri ha perso di spontaneità, oggi è sempre più mediato dalla nostra maschera sociale, dal nostro pseudo io con cui ci presentiamo al mondo e che non coincide con quello che siamo. Questo non solo in quei rapporti che sono caratterizzati da un intrinseco finalismo, ad esempio quelli lavorativi, ma si estende anche alle altre relazioni sociali in cui ci mostriamo come speriamo di essere meglio accolti. Forse sarebbe meglio dire che il finalismo domina ogni aspetto della nostra vita e per questo diventa impossibile ogni rapporto spontaneo. La spontaneità è strettamente legata al disinteresse: nel momento in cui si insegue un obiettivo si è naturalmente portati a modificare se stessi per raggiungerlo. Per questo non credo che il nostro ozio sia un modo per sfuggire alla tentazione della monetina, anzi il sistema economico si è evoluto in modo tale da farlo diventare una parte funzionale e indispensabile di sé, al punto da incoraggiarlo. Anzi forse è l’ozio che si è modificato a causa dell’affermarsi sempre più pervasiva di un sistema economico che ci ha educato a un tempo libero che non è più attività spontanea dell’uomo ma negazione di questa attività: non c’è niente di più passivo di guardare la televisione, le droghe e l’alcol modificano ciò che l’uomo è e lo shopping è strettamente legato alla logica della monetina, il tempo impiegato a guadagnare quanto serve a comprare l’oggetto è finalizzato, implicitamente, all’oggetto stesso.

Facciamo finta che un ragazzo, privo di qualunque concezione pregressa del mondo, decidesse di passare una giornata lasciandosi stupire e interessare da quello che capita. Nella maggior parte dei casi si troverà in una città con i suoi cartelloni pubblicitari che promettono meraviglie e che gli dicono: “comprami e sarai felice”. Se si troverà davanti a una televisione o a una console, la sua attenzione sarà inevitabilmente catturata, sono prodotti progettati per quello e andrà così in fumo ogni possibile flusso di relazioni e pensieri che poteva nascere. Il nostro è un sistema tentatore che ammazza ogni spontaneità per sostituirle l’etica della monetina. Il modello dominante è quello del target: c’è sempre un nuovo obiettivo da raggiungere.

Non è dunque con l’ozio che si può sperare di riuscire a rispettare il proprio “dovere alla felicità”, a sacrificare il proprio presente per un impossibile futuro. Forse l’unica strada che resta e quella di uno studio critico e sempre vigile ad individuare e ad evitare le continue tentazioni, quella di una mente aperta all’arte e attenta all’uomo, quella che passa per la costruzione di una comunità in cui ognuno può essere se stesso e forse può anche oziare così come lo intendeva Stevenson.

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One thought on “Un pensiero su: “Elogio all’ozio”

  1. io penso che non necessariamente una persona che possiede una grande nozionistica non riesca anche a rientrare nell’ozio di Stevenson, certo sono sempre meno le persone che ci riescono e questo non va bene…. purtroppo bisogna trovare un modo per permettere alle persone sia di seguire le monete sia oziare in maniera intelligente e non come il popolo ( per quanto ne so io) si sta abituando a fare

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